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BARGELLO. ANTICO, MODERNO E SPERIMENTALE

Intervista a Ilaria Ciseri, Direttore Museo Nazionale del Bargello.

di Luca Violo
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Dopo alcuni secoli di oblio il rilancio del Bargello nasce dall’interesse dei raffinati viaggiatori del Grand Tour, che tra XVIII e XIX secolo restano affascinati da questo luogo dove si era stratificata una storia tanto affascinante come Palazzo del Podestà quanto penosa e straziante come carcere. Un’alchimia che si rinnova ancora per la meravigliosa varietà di capolavori che il Museo conserva, oltre le strategie di marketing e di consumo turistico-culturale di massa. Quale tipologia di pubblico accoglie il Bargello?

Per gli stranieri, in particolare per gli anglosassoni, che vivevano nelle loro splendide ville sulle colline intorno a Firenze, far tornare a vivere il Bargello uniti nello sforzo ai cultori dell’arte italiani, è stato un punto di orgoglio. Oggi come un tempo il suo pubblico continua ad essere soprattutto straniero e colto, e i colleghi curatori che dall’estero giungono qui ne parlano come di un piccolo paradiso. Il Bargello conserva opere di statuaria di grandissima fama che tutto il pubblico internazionale conosce, e altri generi di cui ignora l’esistenza perché raramente pubblicizzati o citati nelle guide, seppur di medesima importanza, e quindi piacevolmente inattesi al visitatore. Chi giunge al Bargello per la prima volta sa di trovarvi quasi tutte le opere di Donatello a partire dal celeberrimo David, di Michelangelo (il Bacco, il Bruto, il Tondo Pitti e il David-Apollo), e poi Verrocchio, Cellini, Giambologna, la sensuale e seducente Costanza Bonarelli di Bernini e le robbiane, oltre alle formelle di Brunelleschi e Ghiberti per il concorso delle porte del Battistero di Firenze del 1401. È quindi naturale per il visitatore trovarsi felicemente smarrito di fronte a oggetti d’arte come la famosa Armeria medicea, le medaglie, i cammei, le monete, i coni, le oreficerie sacre, gli smalti, le miniature, le maioliche, le ceramiche, gli avori, persino gli utensili rinascimentali, i tessuti e un’importante sala di arte islamica e una di arte bizantina. Giustappunto, molti visitatori che escono da questo Museo, già all’oscuro delle sue eterogenee collezioni, non sono più semplici visitatori ma persone entusiaste di aver ampliato le proprie conoscenze a campi dell’arte che prima gli erano sconosciuti; e non è un fatto insolito che alcuni mantengano vivi i contatti col Museo, per lo più per avere maggiori informazioni su quegli oggetti che li hanno particolarmente appassionati, e dei quali magari sono divenuti estimatori. Ecco, questo è quanto può accadere in questo Museo. Il Bargello è da sempre considerato un museo per connoisseurs. Qui non si vedrà mai il turismo di massa,  frotte di visitatori che corrono per la città da un luogo all’altro, da un museo all’altro, con giusto il tempo di alzare gl’occhi sull’opera indicata dalla guida. Il Bargello non è un museo che risponde alle caratteristiche mordi e fuggi dei viaggi organizzati, anche se tour di alto profilo sarebbero più che ben’accolti: un’opportunità a cui tengo prestare attenzione. È facile invece, vedere giovani scolaresche italiane e straniere accompagnate dai loro maestri. Il Bargello è un museo che deve mantenere vive le sue peculiarità. Qui l’approccio è sempre positivo. È un luogo dell’anima, accogliente sin dal suo meraviglioso cortile che induce al riposo della mente prima di passare dalla meraviglia alla vita concitata della città.

 

Qual è la percezione dei fiorentini del Bargello?

Il Bargello è per alcuni un salto nel tempo, un Museo che gli ha accompagnati con la sua presenza sin da bambini, dove tornare alla ricerca del romantico sapore di un tempo. Ci sono gli studenti dell’Accademia coi loro taccuini che si esercitano nelle copie dal vero. Ci sono i conoscitori, fiorentini che tornano con ritualità al Bargello come fosse una loro seconda casa, per ammirare e ammirare ancora le rare ed eterogenee collezioni che conserva.  Ci sono gli storici dell’arte, e gli antiquari alla ricerca di maggiori informazioni per collocare stilisticamente e temporalmente le loro opere. Ci sono poi gli amanti della statuaria rinascimentale, così come gli appassionati di oggetti da wunderkammer di cui il Museo è ricchissimo.  Altri invece, capitano al Bargello per la prima volta in occasione delle rassegne estive: l’ambientazione suggestiva del cortile gli affascina così tanto da ritornarvi per conoscere il Museo; o in occasione delle mostre temporanee di artisti, magari contemporanei, che intercettano quel pubblico sommariamente istruito di arte antica. Ma ci sono anche fiorentini che non hanno mai varcato la soglia del Bargello così come di altri musei, un dato di fatto che non appartiene solo a Firenze ma a qualsiasi altra città in Italia, dove anche nel più piccolo borgo è possibile trovare opere meravigliose. È quel pubblico non attratto dall’arte perché mai educato a questa disciplina, che dà i suoi frutti se insegnata sin dalle scuole primarie da insegnanti appassionati che non la fanno sentire una materia noiosa e inutile; non sono tuttavia solo persone con una scarsa cultura quelle che non apprezzano l’arte, ma anche persone istruite ma ad essa insensibili. Abbiamo anche visitatori molto adulti, iscritti ad associazioni culturali cittadine, che girano per musei e luoghi meno noti ma incantevoli di cui Firenze è ricchissima. Ogni cittadino, in questo caso ogni fiorentino, dovrebbe conoscere la sua città sin negli angoli più reconditi, gli stessi che affascinano i turisti di tutto il mondo che giungono per ammirarne il suo splendore.

 

Un museo di valore internazionale come il Bargello come potrebbe ampliare la sua visibilità e offerta culturale?

Innanzitutto prolungare l’orario di visita anche al pomeriggio (il Museo chiude alle 14.00), poi aumentare il costo del biglietto. Attraverso un accordo col personale, si è sperimentata per 9 giorni durante le festività natalizie l’apertura del Bargello sino alle 17.00. In quelle tre ore supplementari il numero dei visitatori è stato superiore di 4000 unità; sono convinta che l’apertura pomeridiana se applicata come regola potrebbe portare oltre 8000 entrate, che equivarrebbero a un rilevante incremento della vendita dei biglietti quindi a maggiori introiti per il Museo. Un altro elemento che potrebbe essere rivisto è il merchandising, a cui il Bargello non ha mai dato la rilevanza di altri musei, ma solo nell’assoluta sacralità delle opere. Trovo molto belli, ad esempio, i gioielli rifatti sullo stile degli antichi, ma intollerabili le imitazioni delle opere, o la loro immagine riprodotta su oggetti assolutamente inadeguati. Insomma, è un tema interessante ma che richiede attenzione. Ma il cambiamento più radicale che ci aspettiamo sarà quello del passaggio all’autonomia gestionale e finanziaria del Bargello, secondo la riforma voluta dal ministro Franceschini per i 20 musei di interesse nazionale, e del ruolo che spetterà agli attuali direttori, uno dei punti più discussi e più nebulosi, del quale nessuno riesce ad avere un unico punto di vista, ma tanti e tutti diversi: c’è chi dice che resteranno ma in un ruolo subordinato; c’è chi dice che si occuperanno della direzione artistica; c’è che dice che se ne andranno o saranno destinati altrove. Ma al di là dei ruoli che saranno assegnati, sarà necessario per la gestione del Bargello, come per quella degli altri grandi musei, attingere i fondi che venivano dalle soprintendenze altrove, ma non dai privati a cui potranno rivolgersi solo quelle piccole realtà per le quali lo Stato non riesce a garantire l’apertura e la custodia. In questo momento stiamo lavorando a un progetto in fase di ultimazione che prevede la nascita di una nuova associazione parallela agli Amici del Bargello, che in questi anni sono stati preziosissimi per il loro supporto a iniziative che altrimenti non sarebbero state possibili. L’associazione nascente è americana, Friends of Bergello, il cui sostegno sarà per noi fondamentale.

 

Il Bargello gode di un prestigio costruito in un secolo e mezzo e che lo ha reso uno scrigno di bellezze assolute. Forte di questa tradizione quale tratto vuole dare alla sua direzione?

Né nella gestione delle collezioni né negli allestimenti della precedente direzione di Beatrice Paolozzi Strozzi ci saranno cambiamenti da fare, perché assolutamente condivisi. Un aspetto invece a cui personalmente guardo con attenzione è la professionalità di chi si espone al pubblico. Il lato estetico per me ha la sua importanza: è l’idea che subito dai al visitatore del museo. Qui si dovrebbe mantenere un aplomb, una professionalità pari all’importanza internazionale del Bargello. Come in tutti i musei stranieri chi sta al pubblico dovrebbe indossare una divisa; dovrebbe essere formato a fronteggiare con eleganza le reazioni del pubblico seppur bizzarre, anche di fronte ad atteggiamenti provocatori che talvolta possono accadere; dovrebbero essere istruiti su quello che conserva il Museo e capaci di indirizzare il visitatore alla sala in cui è esposta l’opera che lo interessa. Tutto questo perché il Bargello è un luogo d’eccellenza, e perché vorrei che tutti i dipendenti fossero consapevoli e quindi fieri di appartenervi. Fra il personale c’è comunque un’evidente differenza tra i più vicini al pensionamento rispetto ai più giovani, anche se le ultime assunzioni risalgono a circa 10-15 anni fa, che sono indubbiamente più preparati, anche con un passato di studi artistici alle spalle, che a maggior ragione potrebbero essere potenziati in ruoli a loro più affini.

 

Una selettiva programmazione di mostre temporanee unita a intense quanto proficue collaborazioni internazionali sono il tratto distintivo del Bargello come centro di produzione culturale. Quali i progetti per il futuro?

Il Museo prosegue nella sua programmazione della stagione teatrale che si svolge nel cortile del Bargello, e nelle mostre temporanee che nel periodo dell’esposizione allungano l’orario di visita sino alle 17.00: due realtà divenute importanti oltre che molto apprezzate dal pubblico. Da alcuni anni questi eventi si sono aperti con successo anche al contemporaneo. Qui si alterna la classicità con la sperimentazione, che per un museo italiano di arte antica non è usuale, purché il livello di qualità sia pari alla grandezza del Museo. La prima esperienza è stata la mostra di Ugo Nespolo nel 2009; poi, nel 2014, William Kentridge e Philip Miller in prima assoluta hanno presentato nello spazio del cortile Paper Music. A ciné concert, una performance che univa video e musica. La prossima stagione estiva ospiteremo Jannis Kounnellis, un maestro dell’arte povera, uno dei movimenti più innovativi della seconda metà del XX secolo. Anche per questa parte di attività del Museo sarà necessario intensificare il programma delle esposizioni e delle attività teatrali. Ma il punto a me più caro a cui ho lavorato per questo 2015, sono le iniziative per i festeggiamenti dei 150 anni della fondazione del Bargello come Museo Nazionale, avuta luogo in occasione di Firenze capitale d’Italia nel 1865.  Per questo anniversario ci sono stati concerti, conferenze (a cui ha fatto parte Salvatore Settis) e un convegno internazionale. Il livello dei protagonisti è stato scientificamente alto: le conferenze sono state affidate a specialisti e il convegno ad alti rappresentanti di istituti di tutto il mondo. Incrementare le iniziative da offrire al pubblico nei prossimi anni sarà comunque fondamentale, come sarà fondamentale che siano di assoluta qualità. Non sono preoccupata della nuova figura dirigenziale che sarà assegnata a questo Museo: potrà essere un architetto, potrà essere un archeologo, per me non è importante. L’unica cosa a cui tengo è l’alto profilo che dovrà avere questo Museo. Questa è la direzione che voglio dare al Bargello.

 

Il Bargello è la dimostrazione tangibile di una stratificazione collezionistica che si è alimentata con vitale entusiasmo col mercato antiquariale, che ancor oggi con frequenza dona e restaura opere d’arte a istituzioni come la vostra. Qual è la sua opinione a riguardo?

Il Bargello alla fine dell’Ottocento amplia tantissimo le sue collezioni grazie a importanti lasciti di privati: quello dell’antiquario e collezionista lionese Louis Carrand nel 1889, che dona alla città di Firenze, alla condizione che sia conservata al Bargello, la sua preziosissima raccolta, la più imponente del Museo, di oltre 3000 oggetti del Medioevo e del Rinascimento, tra i quali il preziosissimo Flabellum di Tournus; quello dell’ambasciatore italiano a Parigi Costantino Ressman nel 1899; quello del barone Giulio Franchetti che nel 1906 arricchisce il Museo di preziosi tessuti antichi. Questi enormi nuclei collezionistici di grandissima rilevanza storico artistica sono oggi dei capisaldi del Bargello, mentre allora, sul finire dell’Ottocento, furono determinanti per elevare il Museo a livello internazionale, quindi fuori dalla tradizione italiana pittorica e scultorea imperante dell’Accademia, ma su modello del Victoria & Albert Museum di Londra o del Musée de Cluny. Le opere d’arte che dal privato entrano nelle collezioni pubbliche sono comunque opere già passate sul mercato antiquariale: una continuità tra antiquari e istituzioni che è nella storia del collezionismo e quindi del Bargello, e delle sue acquisizioni passate e recenti. Nel volume edito nel 2014: “Acquisti e Donazioni del Museo Nazionale del Bargello dal 2003 al 2013”, curato dal già direttore Beatrice Paolozzi Strozzi (una figura importante per il  Museo, per il suo impegno e per le iniziative culturali a cui ha dato vita), viene sottolinea l’importanza che hanno avuto gli acquisti dello Stato e i doni dei privati (119 opere in 10 anni) e fra questi gli antiquari, felici di entrare nelle collezioni del Bargello con opere raffinate, nonché prodighi di aiuti come Giovanni Pratesi “tra i fondatori e i sostenitori più generosi dell’Associazione” Amici del Bargello. Essendo un Museo aperto alle donazioni sin dalla sua fondazione e da queste costituito, è naturale per chi ama questo luogo d’incanto che questa tradizione si perpetui nel tempo. Ogni anno si acquisiscono molte opere, non più intere raccolte, ma unici preziosissimi oggetti, che nel settore maioliche e medaglie arrivano fino al contemporaneo.

 

La riorganizzazione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo presentata il 16 luglio 2014 dal ministro Dario Franceschini, è un argomento sicuramente di stretta attualità rispetto a una nuova gestione del patrimonio artistico italiano che da sempre viene auspicata, ma che non ha mai trovato una piattaforma di riforma veramente organica a promuovere un comparto che, oltre che un bene culturale di incommensurabile valore è, e dovrebbe essere, un’opportunità economica attraverso una promozione turistico culturale che rendesse manifesta l’unicità della nostra storia.  Come direttore del Bargello, e quindi parte in causa, come valuta questa proposta?

Puntare sul turismo culturale come una delle voci di primissima importanza per le finanze dello Stato è un refrain che immancabilmente è sempre caduto nel vuoto. Che il nostro patrimonio potrebbe essere un’opportunità economica vincente per il Paese credo sia noto a tutti, soprattutto a chi governa, ma che mai nessuno sia passato dall’idea all’attuazione è altrettanto noto, anzi, ogni qual volta si rende necessario tagliare alcune voci di bilancio, ecco che i beni artistici sono sempre disponibili. Per quel che concerne la riforma essa è ancora in via di definizione, perché sebbene ponga dei punti fermi, come appunto l’autonomia gestionale e finanziaria, dovrà comunque prendere in considerazione alcune lacune di base che andrebbero colmate, delle quali apparentemente ancora non tiene conto, come quelle delle unità di personale a tutti i livelli, dalla vigilanza sino ai funzionari, oltre tutto il reparto amministrativo di cui i musei necessiteranno perché non più racchiusi nel Polo Museale, da sempre unico referente per precise funzioni. Con questo smembramento quindi, i referenti non saranno più unici, ma tanti quanti i nuclei che verranno a formarsi. Per esempio, il Bargello sarà il capofila con la sua autonomia di un nucleo di altri 4 musei: le Cappelle Medicee, Palazzo Davanzati, Palazzo Martelli, e quello più intonato di tutti e più consono al Bargello il Museo di Orsanmichele. Nascerà quindi un altro piccolo polo di 5 musei che comunque avranno bisogno di strutture tecniche e iniziative che andranno create, e che spetteranno alla figura che dovrà uscire dal prossimo concorso per  direttori di musei di prima e seconda fascia (di quest’ultima fa parte il Bargello). Ma ancor più delle riforme che trovano poi sempre complicazioni nella loro attuazione (soprattutto quando si mette mano a un intero un sistema che si è consolidato negli anni, buono o brutto che sia), servirebbe in assoluto a tutti i livelli la meritocrazia, che è sempre il vessillo di ogni nuovo governo, ma che mai si traduce nei fatti. L’assistenzialismo deve definitivamente morire. Non possono esistere persone assunte a fronte dell’insufficienza numerica per mansioni superflue con lo stipendio assicurato. Questo non va bene. La cosa che più mi angoscia è avere le mani legate di fronte a questa realtà, perché occorrono le persone giuste al posto giusto e l’efficienza deve essere al meglio di quanto il compito richiede. Nessuno pretende mansioni che vadano oltre i limiti dell’individuo, però ci deve essere anche la possibilità di potenziare tutto il personale, dai funzionari ai dipendenti, di motivarli, di offrire loro l’opportunità di riuscire nel settore dove si dimostrano più competenti dandogli modo di sviluppare tutte le loro potenzialità, e non destinare persone a lavori a cui non sono preparati e per i quali non mostrano interesse. Ci deve essere una selezione nelle assunzioni e nelle destinazioni di lavoro.

21.07.2015
L’unica cosa a cui tengo è l’alto profilo che dovrà avere questo Museo. Questa è la direzione che voglio dare al Bargello.
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