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Marco Riccòmini

Le dame sul sofà

Un insieme colto ed eterogeneo, terribilmente fuori moda (che chic!)

Si direbbe una giornata di sole, a giudicare dal cappello ad ampie falde anche se, a ben guardare, non sono in spiaggia, ma adagiate pigramente sopra al sofà di nonna, un po’ Biedermeier, un po’ Parioli anni Trenta (un po’ Clemente Busiri Vici, un po’ Tomaso Buzzi), rivestito di velluto rosa antico, un po’ fané. Che poi, a guardarsi attorno, è solo di un tono più chiaro di quello che, da sempre, fodera cielo-terra le pareti della galleria dei Megna in via del Babuino. E che resiste a dispetto del cambiare delle stagioni, dell’avvicendarsi dello stile “classico contemporaneo” e di quello minimalista, ossia delle mode, come se quel luogo fosse chiuso sottovuoto fin dai tempi in cui per quelle stanze s’aggiravano Aldo Briganti o Luigi Salerno. Quel ton sur ton così bon ton, che s’abbina che è un incanto al colore della tappezzeria, è la cifra del pittore nato a Berlino (come Max Ihlenfeldt) stregato dall’antica Roma, che qui dipinge due volti che paiono usciti da tavolette del Fayum. Un gioiello giocosamente mimetico che Tommaso Megna affianca alle tele della tradizione paterna, ossia una Danza campestre di Jan Miel, di cui ha svelato firma e data (1650), un Belvedere vaticano dell’Orizzonte, dipinto a quattro mani col fratello Peter, un modello di Niccolò Berrettoni per la sua pala in Santa Maria in Montesanto (1680). Un insieme colto ed eterogeneo, terribilmente fuori moda (che chic!), annunciato da un pieghevole (1650–1948: Opere Inedite), per spezzare la monotonia dei giorni passati a oziare sul divano; anzi, sopra al sofà rosa di nonna.