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Vacanze intelligenti?

I musei dopo la pandemia

Simone Facchinetti
Thomas Struth, Museo del Prado, Room 12, Madrid 2005

Thomas Struth, Museo del Prado, Room 12, Madrid 2005

Sappiamo tutti cos’erano i principali monumenti e musei d’Italia prima del covid: posti infernali. Intendo per gli indigeni, ovviamente, non per i turisti di massa. Loro non si lamentavano di stare in fila per entrare nella basilica di San Marco a Venezia o nel duomo di Firenze, sempre in fila agli Uffizi o ai Musei Vaticani.

Appena è scattato l’allarme covid, prima che bloccassero i confini regionali, coi quattro membri della mia famiglia siamo “scappati” a Venezia. Avevamo una casa al mercato del pesce e ci aggiravamo senza meta tra calli e campi. È vero i musei erano chiusi ma le chiese minori? Le abbiamo fatte tutte a tappeto (solo io e il piccolo del nucleo familiare che, evidentemente, ignorava a cosa sarebbe andato incontro). Poi ci siamo separati e mia moglie è proseguita per Firenze: “chissà che lusso gli Uffizi senza ressa”, ripeteva. La sera prima del giorno fatidico il governo ha annunciato il blocco dei trasferimenti tra le regioni. La visita è saltata ed è stata costretta a rientrare in Lombardia. Questa faccenda gli ha messo un tarlo nella testa perciò dopo il ritorno alla normalità siamo ripartiti per gli Uffizi. Prenotazione facile, visita indimenticabile. Per rincarare la dose ci siamo fatti anche i Musei Vaticani, in genere un posto da incubo. In quest’epoca sono tornati a essere normali, gradevoli, civili. Il distanziamento sociale ci ha fatto scoprire quello che forse sapevamo già: per assaporare un contatto con le opere d’arte c’è bisogno di un po’ di intimità e, soprattutto, pochi sapiens in mezzo ai piedi.

29.07.2020
l distanziamento sociale ci ha fatto scoprire quello che forse sapevamo già: per assaporare un contatto con le opere d’arte c’è bisogno di un po’ di intimità e, soprattutto, pochi sapiens in mezzo ai piedi.
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