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Caravaggio e no

Visita alla mostra milanese con Alessandro Morandotti

di Leonardo Piccinini
  • Caravaggio, "Martirio di Sant'Orsola"
Napoli, Gallerie d'Italia
    Caravaggio, "Martirio di Sant'Orsola" Napoli, Gallerie d'Italia
  • Giulio Cesare Procaccini, "Ultima Cena"
(da Genova, Basilica della SS.Annunziata)
    Giulio Cesare Procaccini, "Ultima Cena" (da Genova, Basilica della SS.Annunziata)
  • Bernardo Strozzi, "Salomè"
Berlino, Gemäldegalerie
    Bernardo Strozzi, "Salomè" Berlino, Gemäldegalerie

 “Può esistere una storia dell’arte nell’Italia del Seicento senza Caravaggio?” L’incipit del saggio in catalogo di Alessandro Morandotti potrebbe sintetizzare lo spirito della mostra da lui curata, L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri. Napoli, Genova e Milano a confronto (1610-1640), fino all’8 aprile presso le Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano.

La mostra è insieme il risultato di un progetto che avevo in testa da anni e di un’occasione, quella della mostra su Caravaggio a Palazzo Reale [terminata il 4 febbraio], per cui le Gallerie d’Italia potessero costruire un percorso espositivo partendo dal “loro” Caravaggio, l’ultima opera dell’artista, il Martirio di Sant’Orsola (1610). Dipinta a Napoli e spedita alla volta di Genova, per la collezione di uno dei fratelli Doria, non suscitò quella reazione che le opere del maestro avevano provocato a Roma e Napoli”.

Artisti come Giulio Cesare Procaccini (“oltre novanta suoi dipinti nelle collezioni di Giovan Carlo Doria!” segnala Morandotti) o Bernardo Strozzi, molto presenti in mostra con autentici capolavori, guardavano piuttosto a un altro esempio, quello di Rubens. In casa Doria si trovava dal 1606 l’indimenticabile Ritratto di Giovan Carlo Doria a cavallo, prestito della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola.

I musei genovesi hanno capito l’importanza del nostro progetto e hanno accolto con generosità le domande di prestito, così come la Gemäldegalerie di Berlino (con la splendida Salomè di Bernardo Strozzi, 1627) e i numerosi collezionisti privati”. Vale da sola il viaggio l’incredibile Ultima Cena di Procaccini , dipinta esattamente quattrocento anni fa, nel 1618: un colosso su tela di 8,5 x 5 metri, realizzata per il refettorio del convento genovese del Vastato, poi trasferita nella controfacciata dell’adiacente basilica della Santissima Annunziata. “Era in restauro a Venaria – conclude Morandotti – e, prima che ritornasse definitivamente nella sua collocazione, ci è sembrato di straordinario interesse poterla avere in mostra”. Nel catalogo, alcuni saggi (come quello di Piero Boccardo) sottolineano l’importanza finanziaria, artistica e culturale della città di Genova e delle grandi famiglie di intraprendenti banchieri (Doria, Grimaldi, Lomellini, Spinola, Balbi, Durazzo, Giustiniani…) Proprio di Giovan Carlo Doria Boccardo ricorda “l’incredibile consistenza – circa settecento opere! – e le caratteristiche di quella quadreria, che per l’epoca e, soprattutto, per essere proprietà di un privato cittadino e non di un sovrano, certo non aveva confronto a livello italiano e tanto meno europeo”

 

19.02.2018
I musei genovesi hanno capito l’importanza del nostro progetto e hanno accolto con generosità le domande di prestito, così come la Gemäldegalerie di Berlino e i numerosi collezionisti privati”
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