archivio Il Giornale dell'Arte

N. 279 - settembre 2008
I nostri affanni

Autunno caldo

Analisi fra ottimismo e venature amarognole

Il periodo estivo coincide per tradizione con un raffreddamento consistente dell'interesse per il mercato dell'antiquariato. Le grandi aste internazionali dei primi giorni di luglio chiudono praticamente la stagione mercantile. Quest'anno le contingenze internazionali e nazionali inducono a riflettere su quello che potrà accadere alla ripresa del mercato dopo le ferie estive. Apparentemente riflessivo il mercato ha dato tuttavia segnali di grande vivacità in particolare per opere di qualità. E' con questo pensiero che ci prepariamo ad affrontare l'ultimo scorcio del presente anno con fiducia ragionevole. Infatti se come dicevamo gli oggetti di qualità hanno avuto un riscontro ben più che positivo (basta citare il bronzo fiorentino stimato come da catalogo 20.000/30.000 sterline che ha realizzato ben 2.100.000 sterline), ciò lascia ben sperare per l'interesse del collezionismo verso manifestazioni che abbiano le caratteristiche dell'eccellenza. Tra il mese di ottobre e il mese di novembre saranno infatti allestite importanti mostre di antiquariato di selezionata qualità: da Venaria a Torino, da Roma a Palazzo Venezia, dal Gotha di Parma, al Mint di Milano fino a Brixia Antiquaria di Brescia. In questo apparente ingorgo che obbligherà i veri appassionati a una sorta di tour de force, e quasi certo pero che la fatica sarà ripagata dalla opportunità di scegliere in una formidabile rassegna di opere antiche che saranno proposte con le più complete garanzie e anche con prezzi ampiamente ripensati. E' un momento particolare che il mercato sta attraversando e i motivi per approfittarne sono molteplici. Peraltro sia i collezionisti più accorti che gli istituti di credito ma anche i musei nazionali, quando si presenta l'occasione acquistano senza tener conto delle difficoltà economiche che sono il freno per gli indecisi. Se da una parte il mercato italiano offre queste opportunità i motivi risiedono nelle responsabilità degli estensori delle norme di tutela del nostro patrimonio artistico. Gli inglesi, maestri nei commerci e nel collezionismo sia pubblico che privato e nell'arricchimento culturale della nazione, sono riusciti a conciliare l'uscita delle opere d'arte senza minimamente impoverire i giacimenti culturali dello stato. Di fatto l'Inghilterra non e che goda di migliore salute economica dell'Italia, ma l'abilita degli inglesi e stata quella di portare il mercato dell'arte nel proprio paese, quindi se l'economia interna non funziona, ma funziona quella di un paese vicino o lontano, i collezionisti di questi altri paesi acquisteranno opere in Inghilterra, facendo sì che l'indotto del mercato dell'arte non ne soffra ma arrechi ricchezza tale da consentire poi agli stessi inglesi di acquistare opere d'arte che provengono dal resto del mondo. Questa riflessione sorge prepotente da una sorta di esame delle nostre norme di tutela nei confronti del mercato internazionale. Siamo costretti in una specie di autarchia, non ci stancheremo di ripeterlo, che provincializza ogni iniziativa togliendo spazio a manifestazioni di ampio respiro internazionale. Le conclusioni sono di amarezza e di impotenza. L'ostacolo che abbiamo di fronte non e un soggetto fisico col quale confrontarsi e al quale far presente l'illogicità del sistema di tutela: ci troviamo a combattere contro complesse architetture burocratiche infarcite di luoghi comuni e di rugginosi pregiudizi che al momento attuale sembra impossibile poter rimuovere. Salvo qualche miracolo, e triste dirlo, abbiamo nei confronti dell'amministrazione una rassegnazione miracolistica. Nel 1939 Giuseppe Bottai firmo la legge di tutela del Patrimonio Artistico Nazionale. Da quel tempo si sono succeduti governi monocolore, bicolore, pluricolore, di centro, di centrodestra, di centrosinistra, di sinistra, tecnici e balneari; ebbene in queste centinaia di personaggi che si sono avvicendati al Ministero, prima dell'Istruzione e poi dei Beni Culturali, non c'e stato nessuno, in assoluto, che abbia preso in mano la legge Bottai per rivisitarla in chiave europea dato che il trattato comunitario e stato firmato proprio a Roma e che l'Italia con i suoi comportamenti di tutela e ampiamente inadempiente nei confronti della Comunità Europea. La nostra speranza e che finalmente la classe politica capisca che l'investimento in beni culturali e la nostra industria più promettente se gestita in modo adeguato e con una visione internazionale che sola può permettere al nostro paese di uscire dalle secche di una situazione di grave disagio.

09.2008
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