archivio Il Giornale dell'Arte

N. 311 - luglio - agosto 2011
I nostri affanni

La storia appoggiata alla storia

La tradizione italiana delle mostre d'arte nei palazzi storici

L’arte italiana celebrata come patrimonio culturale dell’umanità e viatico alla formazione del gusto di generazioni e generazioni, prende forma nella sua accezione moderna con il rinascimento delle arti e delle lettere, che traendo spunto direttamente dai valori classici, latini e greci, si proponeva come misura del bello, inteso come equilibrio tra idea e percezione sensoriale.
Una cultura del potere che ha prodotto opere d’arte meravigliose, frutto della volontà e del piacere di un mecenate secolare o ecclesiastico di eternare se stesso o la propria famiglia, una delle quali era di dotarsi di una residenza privata o di rappresentanza che fosse speculare alla preminenza che egli ricopriva a livello politico, sociale e culturale. Una consuetudine che ha dato origine al concetto di città come aggregazione di edifici abitativi, ma soprattutto simbolici dei vari poteri che componevano la società. Una eredità culturale inestimabile che arricchisce l’incomparabile paesaggio italico.
Intimamente legata a questo proficuo retroterra, la peculiarità delle mostre più importanti di antiquariato in Italia è quella di essere ospitate in palazzi storici, voluti da quella stessa committenza che richiedeva gli oggetti d’arte temporaneamente alloggiati in quelle dimore.
Un suggestivo gioco di rimandi che produce un vitale corto circuito emotivo, poiché qualsiasi connaisseur e appassionato che varca la soglia di questi prestigiosi spazi, sente di essere testimone di una sedimentazione che si perpetua nei secoli, dove la storia si appoggia alla storia attraverso una ‘messa in scena’ teatrale e fastosa, ma rigorosa nell’esaltare il valore intrinseco del piccolo o grande capolavoro prodotto dalla fantasia dell’artista.
L’estensione ampia ma non sconfinata di queste insigni magioni presuppone una scelta assai selettiva degli espositori, che attraverso la presenza a questi importanti eventi vedono accrescersi il loro prestigio come operatori d’eccellenza nel proprio settore d’interesse.
Il primato nell’inserire una mostra dell’antiquariato di respiro internazionale in un palazzo storico spetta alla Biennale dell’Antiquariato di Firenze, voluta con perspicacia e passione nel lontano 1959 da Mario e Giuseppe Bellini, che l’allestirono a Palazzo Strozzi, capolavoro dell’architettura rinascimentale iniziato da Benedetto da Maiano nel 1489, artista prediletto di Lorenzo il Magnifico, proseguito da Giuliano da Sangallo e concretamente costruito e realizzato da Simone Pollaiolo detto il Cronaca nel 1504, in occasione del matrimonio di Lorenzo, secondogenito di Filippo Strozzi, con Lucrezia Rucellai.
La scelta di un palazzo di così alto lignaggio era altresì assolutamente conforme alla grande considerazione che l’antiquariato ricopriva nella percezione comune di allora, in gran parte alto borghese e aristocratica, che avrebbe sicuramente aborrito e a priori escluso la possibilità che un evento di così grande rilevanza artistica e intellettuale potesse svolgersi in un quartiere fieristico. Quando poi, diverse edizioni dopo la biennale fiorentina si trasferì definitivamente a Palazzo Corsini sull’Arno, nel 1997 (sede dove, dal 1 al 9 ottobre 2011, verrà ospitata la XXVII Edizione), il contesto, l’atmosfera, la scenografia oltre che a riproporsi si amplificò con gli artifici architettonici di Antonio Maria Ferro, scenografo, progettista e ingegnere, che con equilibrio e originali soluzioni riuscì a rendere pieno di sorprese un preesistente impianto tardo cinquecentesco.
Per una manciata di giorni ogni due anni, il Salone del Trono, la Galleria d’Aurora, la Sala da ballo, e tanti altri seducenti ambienti fra i quali spicca l’incantevole Ninfeo, erudito esercizio di stile tra tardo pompeiano e manierismo maturo con intuizioni ‘cortesi’ in anticipo sul rococò, gli allestimenti concepiti con sapiente intelligenza da Pier Luigi Pizzi, scenografo di fama mondiale, decuplicano all’infinito gli ambienti neobarocchi con lesene, cartigli e decorazioni stilizzate tutte giocate sui toni del bianco, del grigio e dell’ocra, tanto da stabilire una continuità atemporale tra il vero e l’artificio.
Per quanto riguarda la scena romana, la Biennale dell’Antiquariato trova ospitalità a Palazzo Venezia, ovvero ad un prototipo del rinascimento sviluppatosi nella Città Eterna, edificato tra il 1457 e il 1467 dal nobile veneziano Paolo Balbo, poi asceso al trono papale come Paolo II.
La grande storia solca le pietre di questo palazzo. Sede dell’ambasciata della Repubblica di Venezia, poi di quella austriaca dal 1797 al 1916, e infine, durante gli anni del fascismo, quartier generale di Benito Mussolini: famosa la Sala del Mappamondo dove la luce non si spegneva mai, ma ancor più tristemente noto il balcone, dal quale il duce, il 6 giugno 1940, dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
Due casi paradigmatici, quello fiorentino e romano, che rappresentano l’acme dell’antiquariato in Italia, entrambe accolte da dimore insigni e gravide di vicende uniche e irripetibili, simili se non paritetiche al mestiere dell’antiquario, archeologo della memoria, che coglie e restituisce bellezza, brama e propone passioni assolute dettate dal fremito delle idee, che a differenza delle caduche passioni, trasmigrano nell’anima di coloro che vedono l’opera d’arte come un viaggio della conoscenza.

 La scena di Pier Luigi Pizzi

In occasione della prossima Biennale dell'Antiquariato di Firenze, ci è parsa una buona idea chiedere ad un mago della scenografia nostro indispensabile collaboratore per l'allestimento della stessa mostra, quali sono i criteri che hanno ispirato l'allestimento di Palazzo Corsini e le attività collaterali della Biennale.
D. Maestro, quali sono in generale i criteri di allestimento di una mostra di antiquariato?
Ci sono delle differenze tra l'allestimento di una mostra in un palazzo pubblico o in un palazzo privato e relativamente ai luoghi delle esposizioni, Lei trova preferibile agire in uno spazio antico, con relativi vincoli strutturali oppure in uno spazio moderno da inventare?
Che rapporto ritiene esista tra la ricerca che il collezionista compie nelle botteghe e quella nelle mostre?
Quanta importanza ha la sua esperienza di uomo di teatro nella realizzazione degli impianti scenografici delle mostre d'arte?

R. Non credo che esista un criterio espositivo valido in ogni caso. “Anticomania” trova una perfetta ambientazione nell’hotel particulier parigino dei Kugel, così come una esercitazione di stile può adattare Palazzo Corsini sul Lungarno alle esigenze di tanti espositori senza che l’intervento risulti innaturale, traumatico, forzato.
Non ho preconcetti: un palazzo antico o una struttura moderna possono ugualmente diventare lo spazio ideale per una mostra d’antiquariato, purché si trovi il clima che corrisponda alla peculiarità degli oggetti d’arte da esporre.
Le tante mostre proposte ogni anno hanno obiettivi diversi e ambizioni disuguali con risultati di vario livello, ma sono comunque utili poiché la concentrazione crea competitività tra i mercanti e moltiplica le trattative stimolando la curiosità dei collezionisti.
E’ questo un efficace modo per il collezionista di ricevere nuovi stimoli alla propria instancabile ricerca.
Un tempo era consuetudine fare visita ad una particolare Galleria d’Arte, di solito nella propria città e intrattenere rapporti di fiducia con l’amico antiquario, sempre in grado di sapere quale oggetto sottoporre all’attenzione del cliente affezionato di cui conosceva perfettamente il gusto.
A me piaceva questo tipo di relazione, che poteva durare anni basata sulla stima e la fiducia reciproche.
Ma devo ammettere che, per il collezionista, entrare in fiere come Maastricht è come vivere un magnifico sogno dove ogni desiderio, anche il più segreto può essere soddisfatto.
Però curiosamente qui, per l’importanza, la quantità e la varietà di oggetti offerti al pubblico, l’allestimento non ha alcun interesse, è completamente secondario. La decorazione è affidata giustamente a cascate di tulipani in un ambiente che ha un’identità già definita, funzionale.
Per me ,uomo di teatro, il piacere sta nell’inventare grandi spazi spettacolari come avvenne nel 1992 per la Biennale des Antiquaires al Grand Palais di Parigi, trasformato in una sorta di “Città Ideale” o nella prima edizione del Gotha, alla Fiere di Parma, di ispirazione Farnesiana.

07.2011
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