archivio Il Giornale dell'Arte

N. 268 - settembre 2007
XXV Biennale

Bella, la più bella

Visita guidata attraverso il tempo in compagnia di Vittorio Sgarbi

Venticinque edizioni, che corrispondono a quarantotto anni, che sono comunque un traguardo straordinario, da ricordare con la giusta solennità. La Biennale dell’Antiquariato di Palazzo Corsini, la grande madre di ogni simile manifestazione che in seguito si sarebbe protratta nel tempo e in ogni parte del globo terrestre. L’età di manifestazioni di questo genere non si misurano. Si può essere rimasti bambini anche alla centesima edizione, così come si può essere diventati adulti già alla prima. E’ certamente, questo secondo, il caso della Biennale fiorentina, (come ci ricordano le rassegne retrospettive che accompagnano l’edizione 2007), creata nel 1959 quando i benemeriti pionieri Giuseppe e Mario Bellini riunirono un centinaio fra i migliori rappresentanti dell’antiquariato internazionale.
Folle di visitatori, interessati all’arte antica come a uno status symbol e a una forma d’investimento economico, ma anche appassionati sinceri. In sostanza un mondo ancora a aristocratico, chiuso fra quattro, nobili pareti, ma onestamente più approssimativo di quanto non sia adesso, un mondo che confidava sul primato assoluto di una connoisseurship prevalentemente orale, intuitiva, perfino istintiva, determinando talvolta atteggiamenti di religiosa venerazione per coloro che si destreggiavano con maggiore maestria nell’arte dell’attribuzione. Era un mondo che aveva ancora un rapporto ambiguo con lo studio più qualificato della storia dell’arte, non ritenendo essenziale il perfezionamento metodologico nella filologia dell’opera d’arte, dall’altra pretendendo di anticiparlo, e non a torto, arrivando prima a scoperte, riscoperte, riletture che gli ambienti accademici avrebbero assimilato con più lentezza.
Era un mondo forse più chiaro, semplice, lineare, ma anche ridotto, e non solo in termini numerici. Oggi l’antiquariato è fenomeno culturale, sociale, economico non dico di massa, che sarebbe un’esagerazione, ma che riguarda numeri e strati di popolazione enormemente più vasti di quelli del 1959. Come ogni fenomeno di allargamento sociale, dunque di “democratizzazione”, esistono naturalmente anche gli aspetti meno positivi, inevitabili nella logica dei grandi numeri, come il coinvolgimento sempre più massiccio di un pubblico di “nuovi ricchi” certamente danaroso, ma culturalmente debole e piuttosto sprovveduto in materia, forse anche poco appassionato, per il quale le vecchie, mai sorpassate motivazioni dello status symbol e della forma d’investimento economico rimangono di gran lunga le più attraenti. Un pubblico che mette sullo stesso piano di valori un Valerio Castello o un Cagnacci con una Ferrari o un attico a Park Avenue, senza troppe distinzioni di sorta: sono tutte cose lussuose, vizi raffinati che costano soldi, roba per pochi privilegiati. Non la penso così, come è noto, ma non tratto coloro che ragionano in questo modo come fossero degli intrusi, degli ospiti sgraditi, come se al di fuori di loro esistesse un parterre composto solo da spiriti eletti, dotati di gusti sopraffini per virtù innate.
L’antiquariato è pur sempre un mercato, speciale quanto si vuole, non assimilabile a altre merceologie commerciali, ma sempre tale, guai a dimenticarlo. E a questo mercato, dal nuovo pubblico è stato alimentato in maniera notevolissima, favorendo la crescita impressionante dei valori economici, stimolando un’offerta sempre più vasta, variegata, qualificata. Ci si può proporre di educare meglio questo pubblico, emancipandolo dalla tendenza dilagante alla “finanziarizzazione” delle cose dell’arte, con il mercato del settore, in particolare quello riguardante l’arte contemporanea, sempre più simile a una Borsa d’affari. E’ questo, del resto, un proposito che credo abbia bene in mente Giovanni Pratesi, presidente dell’Associazione Antiquari d’Italia, e sul quale si dovrebbe insistere sottolineando con la passione per l’arte antica sia, un modo per migliorare la qualità delle nostre vite, interiormente prima ancora che esteriormente. Ma si tratta di un problema troppo vasto e importante che dovrebbe coinvolgere il sistema complessivo dei Beni Culturali e dell’educazione, certamente non delegabile ai soli operatori dell’antiquariato.

09.2007
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