archivio Il Giornale dell'Arte

N. 254 - maggio 2006
I nostri affanni

Disincantati e delusi

Passano gli anni, passano i Ministri e i problemi rimangono

Come sempre dopo ogni elezione, si pone il problema delle nomine dei Ministri nei vari Dicasteri. Quello che a noi interessa di più è naturalmente il Ministero dei Beni Culturali. Se dovessimo fare una carrellata all'indietro non ci viene in mente un solo Ministro che si sia segnalato per particolare competenza nel mondo del collezionismo e del mercato dell'arte. Va bene che il Ministero dei Beni Culturali è considerato poco più che una cenerentola sia per la modestia dei finanziamenti che gli vengono destinati, sia anche per lo scarso interesse generale dei politici italiani per i Beni Culturali. Non vorremmo essere giudicati troppo severi, qualche nota di merito va riconosciuta ad Antonio Paolucci Ministro tecnico sotto il governo Dini ma che, per la brevità del tempo in cui ha ricoperto l'incarico, non ha avuto modo di esercitare in pieno le sue vaste conoscenze né di incidere in modo significativo per migliorare le arcaiche organizzazioni delle Soprintendenze italiane. Vari Ministri, è vero, hanno messo mano all'"antico" ordinamento del Ministro Bottai intendendo con ciò ringiovanire il testo d'ante guerra, però questi aggiornamenti continui dimostravano soltanto che la struttura di quelle norme era sostanzialmente ben congeniata. Nel fare ciò non tenevano conto che la legge Bottai nasceva alla vigilia di un conflitto bellico che avrebbe coinvolto non solo il nostro paese, ma la più parte delle nazioni, quindi la funzione di questa legge era quella di tutelare sia l'esportazione verso l'estero, che negli anni precedenti era divenuta una sorta di fiume in piena, ma anche il dare una disciplina sia alle opere di interesse nazionale in mano privata, che di organizzare negli Uffici Esportazione e nelle Soprintendenze italiane una catalogazione dei Beni posseduti dallo Stato. La legge Bottai era una legge aristocratica che tutelando le grandi collezioni storiche si preoccupava dei capolavori sia di proprietà pubblica che privata, e alla luce di quanto sta accadendo oggi, si è dimostrata la forma più equilibrata per controllare il patrimonio artistico italiano. Senza tralasciare che anche negli accordi tra Stato e Chiesa veniva dato ordine alle opere d'arte di proprietà delle istituzioni religiose. Negli anni successivi abbiamo avuto decenni di provvedimenti contrari che in tutte le maniere cercavano di imbavagliare il Mercato dell'Arte, indiscriminati perché si notificavano indifferentemente una sedia smessa o un dipinto di scuola del Guercino; allo stato attuale le cose si sono modificate con la presa di coscienza che il Mercato dell'Arte è in condizione sia di reimportare nel nostro paese capolavori già esportati nei secoli passati, e anche di formare raccolte e di provvedere alla conservazione e alla loro conoscenza attraverso pubblicazioni specializzate, in sostanza alla valorizzazione del patrimonio artistico privato. Grande merito per questa modifica del pensiero l'hanno avuto prima Giovanna Melandri e poi, al tempo del suo sottosegretariato, Vittorio Sgarbi, finissimo collezionista e attento conoscitore del Mercato dell'Arte. Il nuovo Codice promulgato da Giuliano Urbani ha tenuto poco conto delle necessità degli antiquari italiani di equipararsi ai colleghi comunitari. Basterà ricordare che ancora oggi per esportare dal nostro paese un qualsiasi oggetto con più di cinquant'anni, occorre un'organizzazione amministrativa, fatta di eccessivi documenti e di fotografie, che coinvolge l'antiquario e i funzionari delle Soprintendenze i quali si vedono costretti a dovere spesso, anzi quasi sempre, dare opinioni su operette di nessun conto vedendo così mortificata la propria professionalità e le proprie competenze; poi al termine di questo primo sbarramento occorrono ancora quaranta giorni per sapere l'esito delle richieste. Come alibi ci si avvale i che il nostro paese deve tutelare il nostro patrimonio storico e da qui la ingiustificata diffidenza nei confronti degli antiquari. Per questo il testo Bottai nel suo impolverato aspetto aveva se non altro il senso della realtà delle cose soprattutto di quelle da tutelare. A questo punto l'auspicio è quello che il prossimo Ministro tenga conto delle difficoltà in cui si dibattono gli antiquari italiani. I suoi uffici burocratici conoscono bene i problemi che si presentano quotidianamente nell'esercizio delle nostre attività. I Soprintendenti, se vorrà ascoltarli, potranno presentare situazioni locali dove gli antiquari sono protagonisti di imponenti e continue importazioni di opere d'arte, ma anche di importanti donazioni ai musei cittadini. Tenga conto infine che l'Italia è l'unico paese comunitario ad avere forme di tutela irragionevoli predisposte da chi ha scarsa confidenza della realtà del nostro Mercato e di quello internazionale. Si apra infine un tavolo di lavoro serio dove le nostre testimonianze siano prese in considerazione vera e valutate in un rapporto che riconosca la validità economica e culturale dell'antiquariato italiano. A meno che non si voglia cancellare con una preconcetta ostilità anche questa vitale funzione di una sorta di circuito virtuoso, per dirla con Paolucci, dove le opere degli antiquari, attraverso il collezionismo, finiscono spesso nelle raccolte pubbliche!

05.2006
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