archivio Il Giornale dell'Arte

maggio 2012
I nostri affanni

Sulle norme e sui clandestini

Non si può giocare a carte con i bari

La profonda crisi che si è sviluppata senza un misurato controllo, sta producendo frutti molto dolorosi. E' sotto gli occhi di tutti il momento così difficile che non solo il nostro paese, ma la comunità internazionale, sta attraversando. Ciò non toglie che iniziative recenti di carattere nazionale ed europeo, cerchino in qualche modo di riportare i singoli paesi, almeno quelli delle zone europee, a recuperare una certa dinamica. Vi sono campi in cui logicamente la fantasia creativa e la specializzazione tecnologica possono produrre più immediate possibilità di sviluppo, mentre ce ne sono altre che soffrono in maniera superiore costituendo patrimoni di cultura che sono impalpabili e che hanno la loro forza vitale in qualcosa che si esplica concretamente solo se vi è la possibilità di un salto culturale. I beni culturali sono naturalmente una esigenza che viene molto spesso considerata in secondo piano rispetto alle più elementari necessità di sopravvivenza. In Italia in particolare il Bene Culturale, anche nei momenti di maggiore opulenza, è sempre stato considerato la cenerentola degli interessi della politica. Più volte si è detto che negli anni '60, promossa dagli antiquati fiorentini, fu pubblicata sulla rivista di Ragghianti una indagine che rivelava, a braccio, quale fosse il valore di mercato, se pur sempre opinabile, dei tesori della città di Firenze: si rilevò allora che l'enorme patrimonio godeva da parte dello Stato di mezzi finanziari di tutela addirittura infinitesimali, tant'è che il Ministero dei Beni Culturali non era ancora stato creato. Purtroppo anche successivamente le risorse che lo Stato italiano ha destinato ai Beni Culturali, hanno sempre costituito una parte assolutamente minima e insufficiente del bilancio dello Stato. E tutto questo quando è ampiamente dimostrato quale potere trainante sulla nostra economia abbiano i Beni Culturali. Il made in Italy così tante volte invocato e reclamizzato come quasi l'unica risorsa capace di attrarre capitali utili alla nostra economia, dovremmo considerarlo come una parte di questo immenso tesoro che è costituito dalle ricchezze culturali, architettoniche, archeologiche e ambientali del nostro paese. Non cesseremo mai di sostenere a spada tratta anche la necessità della attenzione che gli organi preposti dovrebbero riservare a quella attività mercantile dei Beni Culturali che costituisce certamente una parte trainante per l'interesse che il mondo ha nei confronti dell'arte italiana. E' ovvio che chiunque si occupi di mercato dell'arte, in maniera professionale diligente e corretta, anche culturalmente adeguata, abbia in mente la tutela del nostro patrimonio, ma la selezione compiuta dagli antiquari, impone ad essi la necessità di un commercio non ostacolato dalla quantità di balzelli e di impedimenti continui, che rendono il mercato assolutamente asfittico. L'Italia è un paese particolare e per questo richiede, rispetto al resto d'Europa, leggi di tutela diverse, ma un conto è la moderazione e un'altro è una burocraticizzazione che impedisce un corretto commercio, rapportandoci talvolta agli squallidi momenti di qualche decennio fa, quando niente poteva muoversi dal nostro paese verso l'Europa. Il progresso del aggiornamento legislativo consente teoricamente una maggiore facilità di commercio con l'estero, ma di fatto, la scarsità di mezzi disponibili per il Ministero ed altre difficoltà generalizzate, rallentano il meccanismo talvolta al punto di impedirlo del tutto. Assistiamo oggi ad una vera e propria diaspora di molti mercanti dalle proprie botteghe, alcuni chiudendo del tutto, e sono la maggior parte, altri trasferendosi in località europee dove i meccanismi sono più agevoli. Tutto questo costituisce per il mercato in sé una mortificazione che taluni antiquari, coscienti e responsabili non intendono accettare, sottoponendosi al mantenimento della propria attività nei propri negozi a prezzo di grandi sacrifici. L'incertezza sui tempi di concessione dei vari permessi di libera circolazione, costituisce un handicap talvolta insormontabile al commercio anche di cose di valore modesto, ma comunque appetibili per visitatori stranieri che intendano conservare dell'arte italiana e dei loro soggiorni italiani, ricordi culturali leciti. L'annoso problema della soglia dei valori, costituisce un inspiegabile impedimento allo snellimento del commercio perchè, come più volte si è detto e come in discorsi e convegni viene accettato, sarebbe estremamente semplificativo anche per gli organi di tutela avere un limite al di sotto del quale lo snellimento delle pratiche potesse essere assolutamente adeguato e tempestivo. Oltre a considerare il fatto che, nei momenti di maggiore difficoltà, quando norme ingarbugliate o di applicazione discrezionale paralizzano il mercato, fiorisce la clandestinità, che riguarda anche privati e collezionisti che insieme a storici e critici dell'arte, esercitano un vero e proprio commercio. Ciò è statisticamente appurato in ogni condizione di difficoltà economica, ma questo, oltre a recare danni gravissimi per la collettività, ne crea anche insormontabili al commercio onesto che si vede spiazzato e paralizzato dal malaffare. La libera concorrenza così giustamente sbandierata presuppone la legalità nella maniera più assoluta.
Siamo sicuri che comunque gli antiquari non verranno meno al loro impegno perchè fare l'antiquario non è soltanto esercitare una professione che comunque si voglia gratifica nel momento solo in cui si avvicina la Bellezza, nel momento in cui si viene a contatto con il meglio dell'espressione spirituale e culturale dell'Uomo, ma diventa un vero e proprio modo di vivere che va oltre il mero interesse spicciolo di bottega.

05.2012
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