archivio Il Giornale dell'Arte

N. 342 - maggio 2014

Una legge europea

Si torna fra poco alle urne per le elezioni europee. In Italia le forze antieuropee si fanno sempre più sentite, come nella Francia profonda e nella Germania preoccupata. Il dibattito è aperto per capire se il futuro della Comunità sarà solo quello economico dell’Euro oppure quello ben più radicato d’una comunità complessa di culture in dialogo.L’Europa delle culture è l’unica che esiste da sempre, quella che insegnò a Giovanni Sebastiano Bach il melodismo di Vivaldi, quella che prima aveva portato Claude dalla Lorena a studiare le arti a Roma come quella che poi nella stessa Roma avrebbe portato David ad inventare la neoclassicità, quella che ha visto l’Italia centro di elaborazione, di diffusione e di fermento delle arti. L’Italia di quest’Europa è stata per secoli il laboratorio e il crogiolo, il luogo indispensabile della formazione e dello scambio e del gusto. Poi vennero gli anni bui dell’autarchia durante i quali l’Italia pensò d’essere sola, unica e isolata prima di implodere nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. In quegli anni la penisola, povera e agricola quanto intimamente arrogante, pose per la prima volta i limiti alla circolazione del pensiero e delle opere. La necessità della tutela, assolutamente legittima nella sua iniziale impostazione dei primi anni del Novecento, si trasformò in una norma di isolamento negli anni più duri del regime, in quel 1939 quando il ministro Bottai, che ne fece vanto e gloria, chiuse le frontiere al dialogo. Negli anni successivi, per nostra fortuna culturale e economica, la faccenda cambiò radicalmente. L’Italia tornò ad essere attrice prima, protagonista poi, d’un nuovo afflato che portava a germogliare i semi d’un pensiero comunitario nel quale oggi viviamo e dibattiamo. Il Paese si fece ricco e divenne, nel campo delle arti, potenzialmente più acquirente che venditore. La norma di tutela rimase ancora quella di prima e si fece freno ad ogni ipotesi di competizione di scambio. Ebbe l’effetto drammatico di trasformare il mercato in una area di sospetto che spesso rasentava addirittura il mercato clandestino. La legge inadatta si trasforma quasi sempre in legge iniqua. La legge iniqua si trasforma per automatismo in un freno alla civiltà. Per giunta l’imposizione fiscale d’un tasso di IVA di ben lungo superiore alla media europea spinse gran parte degli scambi nella più densa oscurità. La considerazione più drammatica rispetto alla mutazione etica che ne fu conseguenza riguarda il rapporto fra proprietà privata delle opere e loro funzione pubblica nella fruizione, la quale da allora divenne privilegio dei pochi iniziati che garantivano il silenzio del sapere e l’omertà della loro conoscenza. In modo assolutamente contraddittorio il laccio legislativo si faceva vincolo in una nazione che aveva cessato d’essere povera e quindi tendenzialmente esportatrice di beni mobili di valore per farsi invece oggettivamente opulenta e come tale tendenzialmente acquirente ed importatrice. L’Italia, che era stata per secoli patria del commercio delle arti, perse definitivamente la sua vocazione da protagonista. L’effetto non fu solo deleterio nello scambio e nella promozione della classicità ma fu addirittura drammatico nella competizione delle arti recenti e di quelle contemporanee dove, abbandonata l’ipotesi degli scambi, divenne padrona incontrastata del gusto e delle aspirazioni la corrente d’oltre Atlantico che prese il potere definitivo su istituzioni storiche come la Biennale di Venezia. Oggi l’Italia rimane trainante nelle pratiche derivate dalle arti maggiori, nel design e nella moda, ma non lo è più in quel crogiolo di formazione del gusto che furono per secoli proprio queste arti maggiori della sperimentazione. E’ giunta l’ora necessaria della riapertura d’un dibattito laico e non populista sul rapporto con l’Europa, sulla necessità d’un sostegno alla creatività, sulla promozione articolata delle qualità italiane del fare. Perchè nel frattempo decadono i monumenti, si sciupa il tessuto ambientale e estetico, implode il sistema formativo, si perde la connessione fra società civile e patrimonio. Il Ministero recente quanto debole di risorse umane e finanziarie è privo d’ogni progetto per il futuro. Al dibattito oggi urgente sono chiamati gli operatori economici, gli storici delle arti, i restauratori, i creativi d’ogni genere e infine una classe politica che apparentemente sembra totalmente vergine rispetto al tema.

05.2014
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