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Marco Riccòmini

Massimo Tettamanti

Uno svizzero a Firenze innamorato delle arti decorative, da Giocondo Albertolli al milanese Gaetano Monti

Sarà che quando, dopo tanti anni, ho attraversato la galleria stretta e lunga di Massimo in via Maggio a Firenze, stracolma d’ogni bene, ho come avuto la sensazione d’infilarmi nel ventre della storia. Non quella con la esse maiuscola, ma quella con l’iniziale minuscola, della mia vita; perché lui ed io studiavamo insieme all’Università in un tempo lontano, e che pare ieri. Un attimo, una vita, verrebbe da dire, proprio come il titolo del film di Sidney Pollack del 1977 (Bobby Deerfield), girato in parte a Firenze (ricordate la passeggiata in via Tornabuoni?). Così, grazie anche a quella pellicola che lo fece innamorare di Firenze, cambiò il destino di Massimo che, dalla sua Svizzera, decise di voler vivere all’ombra del Cupolone di Brunelleschi. E sarà un caso ma sullo schermo, a fianco di Al Pacino, i panni di Liliana Morelli li vestiva Marthe Keller, nata a Basilea... Il passo successivo è stato una tesi sulle arti decorative neoclassiche, sfociata quasi “obbligatoriamente” nel volume raffinatissimo sugli arredi per il palazzo milanese di Antonio Greppi disegnati da Giocondo Albertolli (La Magnificenza del Banchiere, 2005), altro svizzero, come da sempre buona parte dei plastificatori attivi in Italia. Poi, la riscoperta in Francia del gruppo scultoreo di Vincenzo Vela (di Ligornetto, altro suo “compaesano”), commissionatogli da un compatriota per risollevarlo dalla delusione per il mancato monumento Brunswick. Esco, carezzando la criniera del cavallo arabo in bronzo di Gaetano Monti (1819), con una pigna di cataloghi sottobraccio, pensando a un altro film: Sliding Doors (1998).