archivio Il Giornale dell'Arte

N. 302 - ottobre 2010
I nostri affanni

Parigi val bene una…..mostra

La Biennale parigina fra dubbi e certezze

Dopo le vacanze estive la nuova stagione si apre con un grande evento: la Biennale dell’Antiquariato di Parigi ha aperto i battenti il 14 settembre. Il nostro inviato nella capitale francese ci ha fatto pervenire questa corrispondenza:
“Il primo impatto è come al solito di sconcertante grandiosità, gli spazi sono senza confini, in alto le grandi volte profilate in ferro fanno filtrare una luce settembrina un po’ fredda e che minaccia la pioggia. Il colpo d’occhio è francamente impressionante, i francesi quando vogliono sanno veramente sorprendere. Però in mattinata avevamo visto da Kugel la mise en scene predisposta da Pier Luigi Pizzi per alloggiare i capolavori della celebre galleria parigina, con dei risultati veramente indimenticabili. Con ancora negli occhi questa visione, siamo entrati al Grand Palais per visitare la XXV edizione della Biennale parigina, anniversario che la Biennale fiorentina più anziana di quella francese aveva festeggiato tre anni fa. Questa annotazione sa un po’ di campanile, ma di essa siamo fieri perché, non dimentichiamo, che le mostre di antiquariato nascono a Firenze per l’intuizione dei fratelli Bellini, subito imitati dai francesi che ne avevano intuito quel successo che immancabilmente sarebbe venuto. Ora come allora i clienti sono rari e svogliati e si cercano nuove alchimie per indirizzarli al collezionismo. L’impressione che riceviamo passeggiando per i corridoi dell’esposizione è che ci sia una sorta di indugio verso le arti asiatiche. Innumerevoli sono gli stands che espongono opere delle varie culture che nell’est asiatico si svilupparono a partire dal XII secolo. Tutto questo è così inusuale in una mostra europea dell’antiquariato da creare qualche perplessità. La mostra parigina difatti, si identificava con la grande decorazione francese e con gli stands dei protagonisti di quella stagione del gusto internazionale: non dimentichiamo Michel Meyer, Etienne Levy, Maurice Segoura, Jacques Perrin, Bernard Steiniz ecc. i quali erano una sorta di sigillo di garanzia per le più sofisticate invenzioni degli ebanisti che operavano nel secolo dei lumi. Non c’era casa come si deve che non ambisse avere un tavolinetto guarnito di bronzi o una commode transizione, tanto per citare qualche esempio. Tutto questo non c’è più, rimane una grandiosità fatta di opere che sono in aperto contrasto con quanto era stato amato solo qualche anno fa. L’impatto violento dei legni scolpiti asiatici crea certamente una forte emozione, ma è difficile compenetrare quel mondo che, forse negli intenti degli organizzatori, risponde ad una sorta di strategia per avvicinare quel collezionismo che si va formando nei paesi del nuovo benessere. Se questa è la tendenza scelta e voluta, dobbiamo analizzarla e valutarla e apprezzare la lungimiranza degli organizzatori che vedono in quelle regioni il futuro di un collezionismo ricco e disponibile. Eleganti donne in sari si muovevano con disinvoltura fra gli stands. Erano presenti anche giapponesi e cinesi e non mancavano i rappresentanti di altri popoli asiatici attratti indubbiamente da Parigi, ma anche dall’opportunità di vedere opere che in un passato recente appartenevano ai beni artistici dei loro paesi e che ora potevano fare il viaggio a ritroso e tornare ad arricchire e decorare le collezioni pubbliche e private dei loro Stati. Rimangono a confortarci le stanze degli antiquari che con coerenza, competenza e impegno presentano stands con opere della nostra tradizione e della nostra sensibilità. Non sono molti, il gruppo è ridotto ad una decina di antiquari, ma gli ambienti che hanno predisposto sono piccole sezioni degne di qualsiasi museo. E’ grazie a questi colleghi, che rappresentano l’arte occidentale, che ritroviamo una ragione e i motivi per non dubitare delle nostre convinzioni, messe in dubbio da tutto quello che abbiamo descritto e dai tanti stands decò o da saloni interi dedicati ai gioiellieri che forse hanno una ragione anche di stare gomito a gomito con chi vende opere d’arte antica, anche se questa sorta di esibizione di ricchezza così evidente ci fa avvertire una sorta di fastidio dell’anima. Sarà che i tempi sono cambiati e le lusinghe devono essere vistose, ma non possiamo dimenticare il garbo, la riservatezza e la misura con cui i vecchi mercanti d’arte contrattavano con i loro clienti, ricevuti nelle gallerie talvolta a sera inoltrata per non farsi notare. L’arte contemporanea è presente in misura eccessiva, pur avendo notato che è venuto a mancare quella sorta di mixage in voga solo qualche stagione fa per cui anche gli antiquari erano contaminati da questa ondata avanguardista ed inserivano nei loro stands operette che non hanno varcato la soglia della prima crisi seria che il mondo sta conoscendo. Usciamo dalla mostra che è ancora giorno con fatica riusciamo a trovare un raro taxi che ci accompagna in Quai Voltaire, dove la tradizione regge ancora e qualche antiquario, da Fremontier ai fratelli Tomasso che da Leeds sono venuti ad esporre le loro sculture sul lungo Senna, festeggiano a loro modo i venticinque anni della Biennale, ma standone lontano.”
Questo è quanto, che dire ancora: a ottobre aprirà la Biennale di Palazzo Venezia, leggendo la lista degli antiquari siamo certi di trovare una musica diversa, più affine ai nostri gusti.

10.2010
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