archivio Il Giornale dell'Arte

N. 287 - maggio 2009
I nostri affanni

Kafkiana: dazi e balzelli

L'aliquota Iva al 20% è un atto ostile e autolesionista per il rientro di opere d'arte da paesi non comunitari

La globalizzazione economica e finanziaria apre scenari infiniti ed estremamente dinamici per ogni segmento. La profonda crisi che trasversalmente sta travolgendo tutte le piazze internazionali, evidenzia non solo un crollo valutario conseguente a spericolati investimenti, ma soprattutto un vuoto etico e identitario, che prescinde dai valori per riaffermare l'interesse personale come unico totem del capitalismo contemporaneo.
Cadute le barriere fisiche e temporali attraverso il villaggio della rete, regolate le leggi di grandi stati che divengono unione come quella Europea, anche le dogane in entrata e in uscita dovrebbero equipararsi ad un panorama in continuo movimento, che sempre più spesso paga la qualità a discapito della quantità.
L'arte bene effimero per definizione, oscilla nei flussi a volte placidi a volte tempestosi delle mode che generano vorticosi e spesso incomprensibili trend del gusto. Quando, nel 1972, venne introdotta l'imposta sul valore aggiunto, l'azione tributaria era volta a coprire ogni fase della produzione dello scambio di beni e di servizi, e l'aliquota ridotta dei 10% applicata agli "oggetti d'arte, di antiquariato, da collezione, importati" (DPR 633n2, Tabella A, Parte M, 127 septiesdecies), era la congrua agevolazione ad un mercato antiquariale che selezionava con il solo ausilio di una provata esperienza di bottega, e di storici dell'arte e funzionari che alle dispute accademiche o alle polverose pratiche ministeriali amava confrontarsi con qualsiasi forma d'arte, sia che fosse di vertiginosa bellezza che di quotidiana fattura.
Gli oggetti che abitavano le gallerie fino a trenta anni fa non passavano al vaglio di una verifica critica e attributiva, non solo perché gli studi non erano ancora così specifici, ma anche perché l'editoria d'arte e gli eventi espositivi non erano percepiti come elementi irrinunciabili della cultura di massa: mostre, saggi critici, repertori iconografici e iconologici, sono oggi strumenti fondamentali per valutare l'autenticità e il valore artistico ed economico di un manufatto antico; un ausilio prezioso per collezionisti, antiquari ed operatori dei settore, che rispetto ad un'offerta pressoché sconfinata, possono usare degli indicatori validi per orientare il proprio libero arbitrio.
La babele legislativa italiana, particolarmente ostica nel vocabolario e disorganica nel significato, paga un ritardo culturale della tutela del patrimonio, che poggia le sue invisibili fondamenta nell'unità risorgimentale, ergendosi farraginosa fino alla legge Bottai del 1939 (1 giugno 1939, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 184 dell'8 agosto), dove per la prima volta si mette freno ad un'emorragia di capolavori d'arte, che fin ad allora avevano arricchito collezioni pubbliche e private di mezzo mondo, attraverso un principio che diviene legge di “Tutela delle cose d'interesse artistico o storico". Solo con il "Testo Unico" del 1999 (DIgs 29 ottobre 1999, n. 490) e il "Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio" (DIgs 22 gennaio 2004, n. 42, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2004 Supplemento ordinario n. 28), promosso da Giuliano Urbani nella carica di Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, viene finalmente recepito il concetto di patrimonio come
valore cardine della memoria storica, e veicolo di incomparabile fascino nella promozione culturale ed economica del territorio. Il ruolo degli antiquari come appassionati cultori del patrimonio artistico italiano disperso nel mercato internazionale, si è evidenziato con struggente e suggestivo clamore nella mostra "Ritorni", che impreziosiva l'edizione 2002 di "Arte e Collezionismo a Palazzo Venezia”, esposizione biennale promossa dall'Associazione Antiquari d'Italia. Proprio in quella prestigiosa sede è risultato evidente come l'acquisto dell'opera d'arte diviene un atto di ricongiungimento tra il tessuto storico e culturale che l'ha resa possibile, e un'etica della tutela del patrimonio che l'antiquario opera nell'insaziabile e incessante ricerca del bello, da scoprire a qualsiasi latitudine e da mostrare con libero e vibrante stupore nella propria bottega a raffinati connaisseurs.
Una aliquota del 20% applicata a tutti gli oggetti d'arte provenienti da paesi extra europei, oltre a scoraggiare il rientro di importanti testimonianze della nostra storia, è un atto ostile contro un mercato italiano vivace, curioso ed elegantemente autarchico, che abbisogna del rispetto e della considerazione che le più influenti piazze internazionali da sempre gli riconoscono.
Qualsiasi freno ad un investimento dei privati ritarda ulteriormente la percezione del patrimonio artistico, non come una risorsa economica, culturale e turistica, ma come pesante retaggio storico da gestire con letargico passo ministeriale; l'immobilismo legislativo e il sovrapporsi di kafkiani balzelli erariali allontana il nostro paese da un mercato dei beni e delle idee, che attraverso leggi e dazi equi e condivisi è 'aperto' a sinergie che mutano continuamente, e di cui non scorgiamo ancora gli esiti, vista l'ampiezza degli scambi finanziari che oramai coinvolgono gran parte del pianeta. Frapporsi o ancor peggio essere sordi a questi segni dei la contemporaneità condanna chiunque ad una inesorabile marginalità economica politica e sociale.

05.2009
archivio Il Giornale dell'Arte