archivio Il Giornale dell'Arte

N. 286 - aprile 2009
I nostri affanni

I buoni affari del Ministero

Acquisti di oggetti d’arte da parte del Ministero con i residui passivi

Rifacendosi all’articolo pubblicato nel Giornale dell’Arte dello scorso mese di marzo, ove lamentavamo i problemi in cui il mercato dell’arte si dibatte, avvertivamo l’esigenza che da parte del Ministero dei Beni Culturali si ponesse molta attenzione alle difficoltà che gli antiquari hanno nei confronti delle vendite allo Stato. Abbiamo sempre detto che la soddisfazione di vedere opere proprie acquisite dal Patrimonio nazionale compensa molte volte il trattamento di favore che gli antiquari hanno nei confronti della Pubblica Amministrazione. Per inciso notiamo che molto spesso l’Amministrazione decurta già di per sè i prezzi che gli antiquari chiedono per gli oggetti che sono disposti a vendere allo Stato, ma in realtà nella maggior parte dei casi l’antiquario è sempre molto disponibile ad accontentare la Pubblica Amministrazione. In momenti come l’attuale, di stagnazione del mercato, se noi riteniamo corretto l’intervento dello Stato o meglio degli Stati industrializzati nei confronti delle economie dei propri paesi, delle industrie, dei commerci e delle finanze, ci sembrerebbe giusto che il Ministero provvedesse anche al settore dei Beni Culturali costituito dal mercato dell’arte. Si dirà che il Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, Salvatore Settis, si è dimesso dall’incarico proprio in ragione dei tagli che sono stati apportati al Ministero, ma leggiamo contemporaneamente che al momento dell’insediamento del nuovo presidente Andrea Carandini si rileva come giacciano inutilizzati e anzi siano diventati residui passivi, ben oltre 444.000.000 di Euro del bilancio 2008. Molte sono le giustificazione addotte a questa grave carenza ma noi concordiamo con Michele Trimarchi il quale sostiene che: “in tempi di tagli spendere il denaro a disposizione è un imperativo di minima decenza”. Il problema piuttosto è quello di impiegare il denaro residuo e soprattutto impiegarlo in modo appropriato. Se questo denaro esiste davvero sarà bene utilizzarlo seriamente ed uno dei modi più convenienti per lo Stato è sicuramente quello di destinare una fetta importante del proprio bilancio per gli acquisti ottenendo così due vantaggi: primo quello di arricchire in modo cospicuo il Patrimonio culturale italiano con oggetti di qualità eccelsa o che comunque colmino veramente delle lacune delle pubbliche raccolte; il secondo, non per questo meno importante, è quello di rivitalizzare un comprato che sta correndo seri rischi quando invece abbiamo più volte dimostrato che il vero circuito virtuoso dell’opera d’arte parte proprio dall’acquisto dell’antiquario il quale promuove, valorizza e in definitiva fornisce alle collezioni pubbliche e private l’arricchimento di cui hanno bisogno. Si capisce che lo Stato deve mettere in atto tutte le prudenze e le difese possibili perché le insidie che si nascondono in certe opere, che non sono state sufficientemente studiate, possono rappresentare antefatti che creano pregiudizi e diffidenze e, in casi di aperte polemiche, gravissimi imbarazzi a tutti i livelli. Ci sono opere per contro che per provenienza, conservazione e qualità hanno le carte in regola per approdare in qualsiasi museo statale. Il mercato dell’arte è ricco ed è sicuramente in grado di proporre opere di qualità tale da potere in qualche modo canalizzare gran parte di questi fondi residui che il Ministero non riesce ad utilizzare. Nelle Soprintendenze italiane ci sono storici molto preparati e in grado di dare sicuramente delle indicazioni su opere che ben potrebbero arricchire quei settori delle raccolte pubbliche che sono carenti di talune discipline artistiche. Un esempio per tutti: mancano in Italia grandi musei di arti decorative, se si escludono alcuni rari esempi; non esiste un programma serio per raccogliere arredi al fine di creare un museo ricco e documentato delle attività degli ebanisti italiani dei secoli passati. Ci sono specialisti di queste attività in grado con grande facilità di indicare le opere che sul mercato potrebbero essere acquistate per un progetto con queste finalità. In sostanza ci rivolgiamo ancora al Ministro per sollecitare l’attivazione dei suoi funzionari per un esame di quello che il mercato dell’arte è in grado di offrire, certi che nel momento attuale e con le disponibilità celate nei fondi trascurati della Pubblica Amministrazione gli acquisti che lo Stato potrebbe fare risulterebbero certamente di clamorosa convenienza, ben inteso ricordiamo, con l’accortezza che riconosciamo alla Pubblica Amministrazione quando si affidi alle competenze.

04.2009
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