archivio Il Giornale dell'Arte

N. 284 - febbraio 2009
I nostri affanni

I cattivi maestri

Il dannoso orientamento a senso unico delle riviste di arredamento

Antiquariato, arredamento e architettura sono tasselli di un millenario mosaico che narra il gusto del decoro, inteso come celebrazione tangibile di un prestigio sociale, economico e culturale che diviene modello di stile e preciso riferimento storico. Imprescindibili, per ricostruire il clima di un'epoca sottile e mutevole specchio di mode fugaci, queste nobili manifestazioni dell'uomo verso l'equilibrio e la consuetudine al piacere del bello, hanno visto mutare drasticamente indirizzo con l'affermarsi di riviste di interior design, che orientano i fruitori verso un modenariato di sicuro fascino, e un contemporaneo che pare prescindere da qualsivoglia cultura.
Ad una reale rarefazione dell'offerta dell'antico nel presentare oggetti di qualità, ovvero una discontinuità che alterna il manufatto d'affezione a capolavori assoluti, con una vivacità emotiva e sensoriale che stimola l'occhio dei raffinato connoisseur come del giovane appassionato, che attraverso la stratificazione delle esperienze matura un proprio gusto collezionistico, la stampa di settore preferisce una continuità omologata della produzione contemporanea, illimitata nella riproducibilità, e ansiosa di promuovere generosamente una comunicazione che, senza filtri, si orienta verso la sua parte.
Il gusto viene subordinato alla tendenza, escludendo a pnon un riscontro tra qualità e mirato battage pubblicitario: un dominio che pur rivelando alle fondamenta una fragilità di fattura e design, diviene un ostacolo arduo da superare, data la travolgente forza di penetrazione dei mass media specializzati sulle scelte dei lettori, e potenziali acquirenti.
Un trénd che crea una continua fibrillazione per l'intero comparto antiquariale, che vede in parte vanificata una consuetudine fiduciaria, con la filiera degli operatori che rendono possibile il continuo ricambio di un mercato che, oramai da anni, è orientato verso l'arte moderna e contemporanea, reputata, a torto, abbordabile dal grande pubblico, per un linguaggio che d'acchito appare immediato, ma che al contrario presuppone chiavi di lettura assai più sottili e raffinate, rispetto all'iconografia che regola personaggi e simboli dell'arte antica.
Il fascino della storia che si posa sugli oggetti esposti nella 'bottega' del mercante, viene percepita dalla fascia attiva dei trenta-cinquantenni, inadeguata a rispondere ai desideri di conoscenza di una società che, attraverso la rete web, vede allargare all'infinito la propria capacità di diffondere informazione. Una velocità di divulgazione che spesso va a scapito di un reale approfondimento, inteso come vetusto corredo di una élite culturale arroccata sulle torri d'avorio del sapere accademico; un fraintendimento di indirizzi e di prospettive, che da molti anni coinvolge studi d'architetti, laboratori di maestri d'arredo, le redazioni dei maggiori magazine, travolti, loro come noi tutti, da un'irrazionale quanto effimera frenesia di contrarre il tempo alla volontà di un quotidiano horror vacui.
La diffusa e sostanziale superficialità degli operatori di settore, che regolano le strategie di questo mercato dell'arte, ha prodotto un caos calmo, che prescinde dal prezioso dono dell'esperienza, pietra filosofale per conoscere il senso e la storia delle cose che abitano il mondo sensibile e spirituale di ogni uomo, e una dicotomia tra il valore attribuito e il valore effettivo di un'opera d'arte contemporanea.
Testimoni e vittime di una profonda crisi economica, politica e sociale, che non ha precedenti dalla Grande Depressione americana, ma che adesso vede protagonista l'intero pianeta, abbiamo assistito, nel segmento dell'arte moderna e contemporanea, ad una e vera e propria implosione degli investimenti e del coinvolgimento emotivo e d'immagine, come se l'estrema volatilità dei valori economici, che fino a pochi mesi fa hanno regolato questi comparti, fosse lo specchio veritiero, o forse distorto, dove riflettere le sembianze di una società oramai orfana di ogni etica.
L' arte antica, confermando il proprio ruolo di straordinario bene rifugio che genera profitto costante nell'eccellenza, ha il dovere di approfittare di questa straordinaria congiuntura, per ribadire, sul mercato italiano e internazionale dell'arte, la propria funzione di modello ineccepibile di equità e competenza costante nel tempo.
Mobili, dipinti, sculture e qualsiasi oggetto che esprima l'unicità di un gesto artistico, divengono per l'antiquario strumenti per dissolvere le fuligginose nebbie di un mondo dei mass media oramai prostrato al pettegolezzo, che pretende, per emendarsi, che il suo interlocutore parli con parole coeve al proprio tempo.
Solo così, sarà possibile ribaltare un costume mentale, che iscrive il mondo dell'antiquariato come stereotipata rassegna di polverose anticaglie, adatta ad arzilli ottuagenari o facoltosi professionisti, invece che luogo di vitale contaminazione creativa di stili, culture e epoche eternamente contemporanee.

02.2009
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