archivio Il Giornale dell'Arte

N. 269 - ottobre 2007
I nostri affanni

Gli studi di settore

Appunti per una proposta di modifica

Riceviamo dal nostro Consulente Fiscale Dottor Mario Accardi, la seguente lettera aperta da indirizzare al Ministero delle Finanze – Agenzia delle Entrate.
L’opinione è stata sollecitata dall’Associazione Antiquari d’Italia in quanto molti Soci hanno rilevato anomalie nei parametri di calcolo.


OGGETTO: richiesta di modifica legislativa riguardo ad alcuni parametri di calcolo e controllo delle imposte a carico degli antiquari

Questa Associazione si rivolge a Codesto Ministero perché possa portare avanti delle istanze su alcuni specifici articoli della normativa fiscale che più preoccupano il mondo degli antiquari.
STUDI DI SETTORE
La professione di antiquario è peculiare, in quanto all’attività vera e propria commerciale si affianca (e certe volte diviene prevalente) una continua ricerca di beni di particolare interesse, a prescindere dalla previsione di una effettiva e facile vendibilità.
Ciò comporta che spesso e volentieri Beni, anche di ingente valore, rimangono invenduti – e quindi in magazzino – anche per svariati anni. Quindi è usuale che un antiquario abbia opere in magazzino, per notevoli importi e che rimangono tali anche per molti anni, senza che questo debba suscitare sospetti di evasione fiscale.
Caratteristica questa che non è tipica della maggior parte delle attività commerciali, nelle quali la merce “in magazzino” deve permanervi per brevi periodi!
La normativa fiscale ha sempre più accentuato lo strumento degli “studi di settore”. Tale programma indica tutta una serie di parametri (contabili e gestionali) sulla base dei quali viene ricostruito, acriticamente e automaticamente il “ricavo potenziale” preso poi a base ai fini fiscali.
Lo studio di settore applicabile all’attività di “antiquario” è “SM45U” ed il relativo codice (ATECOFIN 2004) di attività è 52.50.2. intitolato “commercio al dettaglio di mobili usati e di oggetti di antiquariato”
Per l’appunto, uno dei parametri di “coerenza” (applicando i quali si ricostruisce a tavolino il giro di affari riconosciuto agli effetti fiscali) è quello della “rotazione di magazzino”.
Analizzando poi “la nota tecnica metodologica” relativa a tale specifico studio di settore, si evince che le imprese oggetto di analisi sono state divise in 9 “gruppi omogenei” denominati Cluster.
Il “gruppo omogeneo” che riguarda specificatamente - e solamente - gli antiquari è il numero 8 (a pagina 7 di tali note tecniche e metodologiche). Si legge che i calcoli sono stati rilevati su “217” soggetti (gli antiquari sono in Italia alcune migliaia). Tale gruppo prevede una “commercializzazione prevalente di mobili di antiquariato del 70% dei ricavi” (ed il residuo 30% dei ricavi a cosa si riferisce??).
Sempre tali note tecniche prevedono:
“Gli spazi destinati allo svolgimento dell’attività sono rappresentati da 63 mq di locali destinati alla vendita ed all’esposizione interna della merce, e 55 mq. di deposito e/o magazzino (presenti nel 41% dei casi).
“Il cluster è formato prevalentemente da ditte individuali (73% dei soggetti) ed, in misura minore, da società di persone (22%). Non si fa in genere ricorso a personale dipendente”.
Cioè tale studio di settore – per fissare i parametri validi a giudicare la “congruità e coerenza” dei ricavi dichiarati dagli antiquari - ha preso a base “solo” 217 soggetti scelti per oltre due terzi tra ditte individuali e per un quinto da società di persone (nessuna società di capitale!!) che, per oltre la metà, non dispongono nemmeno di un locale per deposito dei beni. Tali soggetti commerciano per “solo” due terzi mobili di antiquariato.
Appare quindi che la ricerca sia stata rivolta solo alla fascia più bassa (in termini dimensionali) degli antiquari che operano in Italia.
Si ritiene che quindi tale metodo d’indagine, basato su parametri ricavati su un ridottissimo numero di soggetti aventi una minima struttura, non possa essere ritenuto affidabile per un sereno giudizio circa la congruità o meno dei redditi dichiarati.
Nel frattempo, molti antiquari sono o stanno per essere inquisiti dalle Agenzie delle Entrate per “non coerenza dell’indice di rotazione del magazzino”.

REGIME DEL MARGINE AI FINI IVA
Le considerazioni sopra espresse - in termini di Beni che permangono anche per molti anni nei magazzini degli antiquari - valgono infine anche per il calcolo dell’IVA.
La gran parte delle opere d’arte vengono acquistate dagli antiquari presso privati, quindi al momento della rivendita viene applicato tale “regime” che prevede che l’IVA sia calcolata sulla differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita.
Tale imponibile ai fini IVA va a colpire quindi anche l’inflazione che – che sia pure ridotta nel corso degli ultimi anni – pur sempre arriva ad una percentuale complessiva di tutto rilievo.

La categoria degli antiquari vuole pagare le imposte come le devono pagare tutti i contribuenti, ma vogliono che gli strumenti di controllo da parte del fisco siano equi e basati su dati più attendibili.
Questa Associazione – ove richiesta - si dichiara sin d’ora disponibile ad effettuare all’interno della propria categoria, una raccolta dei dati statistici che l’Amministrazione Finanziaria potrà richiedere.

Grati per l’attenzione.

Associazione Antiquari d’Italia

10.2007
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