archivio Il Giornale dell'Arte

N. 266 - giugno 2007
I nostri affanni

Città d'arte: degrado inarrestabile?

Pensieri in libertà

Negli anni passati l'emozione di venire in città si sentiva già qualche giorno prima di prendere il treno: per me che venivo dalla provincia, anche se prossima, era un autentico avvenimento. Era 1'occasione per vedere un tipo di vita diversa, per udire i fiorentini parlare e per vedere come si vestivano. La moda cittadina era completamente diversa da quella provinciale. E poi le strade, i tram, i grandi negozi e infine i monumenti. C'era un ordine accurato, il rispetto per la città, peraltro come per i paesi, era un dovere quasi istituzionale. Si badava a non sporcare, figurarsi poi a imbrattare i monumenti. Ricordo che l'attenzione di non creare disturbo agli altri raggiungeva forme bizzarre come quando un brigadiere della Benemerita intimava di parlare piano a chi passeggiava nella piazza dopo le 23. I1 turismo era limitato e coloro che si recavano a visitare le città d'arte sapevano dove alloggiare, dove mangiare, quali musei, quali chiese, quali botteghe visitare e si può essere certi che non sbagliavano mai. Questa educazione veniva loro da una tradizione radicata nel tempo, affondava difatti le proprie origini nei viaggi che i giovani aristocratici prima e quelli animati dal fuoco della conoscenza poi facevano per prepararsi alla vita. Era una sorta di dottorato che li avviava verso i circuiti della cultura internazionale. Era una magistrale scuola non solo per i visitatori, ma anche per i residenti che si sentivano in dovere di confrontarsi al meglio con l'estraneo o per meglio dire con il forestiero, elegante ed esigente che fosse; e tutto questo si badi bene indipendentemente dal loro censo. Questo mondo così attentamente collaudato si è mantenuto intatto fino alla metà degli Anni '60 del Novecento allorché sopravvivevano nelle grandi strade attraversate dal turismo, i ritrovi e le attività che erano lì da tempi immemorabili. Anche le botteghe degli antiquari, se ci si pensa bene, erano aperte come tutt'oggi nelle strade storiche della città: era lì che i nostri vecchi avevano aperto la loro attività ed esercitavano con estrema cortesia e senso di accoglienza sia che ospitassero la Regina Vittoria come il giovane studioso interessato ad un collezionismo più accessibile. Tutto questo incanto così indimenticabile per chi lo ha vissuto fu spazzato via da un evento drammatico, l'alluvione dell'Arno del 1966 che investendo la città di Firenze, la coprì di quanto più lordo possiamo immaginare. Niente si salvò, tutto fu travolto da questa massa immane di fango, acqua e cherosene anche se l'indomani, quando la città si risvegliò ferita e offesa, i fiorentini, con grande carattere e dignità, come scrivevano le cronache sui giornali del tempo, si apprestarono a riordinare, a ripulire, a rinettare, a cercare di riparare il riparabile. Ma questo autentico cataclisma fece un danno che non subito fu percepito. Difatti assieme alle pale delle maestà dorate, ai marmi rinascimentali e agli incunaboli, l'acqua penetrò anche in quei luoghi che la città aveva riservato a quel turismo che dicevamo prima. Così anche le grandi botteghe cambiarono completamente quella loro connotazione che in una forma di improvviso modernismo, fu trasformata in ambienti omogeneizzati alle città prive delle caratteristiche che le avevo contraddistinte. In quel preciso istante, nell'attimo stesso in cui le acque ritornavano dentro gli argini iniziava una lenta e inesorabile decadenza. I1 turismo che si affacciava alle città d'arte era meno consapevole e peraltro i luoghi di riferimento della vita quotidiana non c'erano più e quindi si dovevano creare nuove icone da dedicare a questa massa poco preparata a visitare le città d'arte. Occorreva creare luoghi di ristoro e grandi alberghi che potessero ospitarli. Le pizzerie e le paninoteche occuparono i luoghi strategici del percorso turistico, i resti di questo passaggio rotolavano nel vento nell'incuria degli addetti alla pulizia della città e "l'espressione artistica" barbarica trovava il suo acme nell'imbrattare con assurdi pseudo graffiti i monumenti e le pietre dei palazzi storici. L'insofferenza, l'impotenza e infine lo sconforto erano i sentimenti di chi assisteva inerte a questo abbandono che con il tempo, anziché porre un argine al mal costume dilagante, un'indifferenza ideologica tollerava permettendo qualsiasi forma di inciviltà. Si aggiunga a questo marasma civico, quanto è ascrivibile a cittadini che da altre civiltà hanno invaso senza rispetto dei nostri costumi le strade, le piazze e ogni angolo più tipico delle città. Per carità non ci si taccia di razzismo perché questa parola fa capolino ogni qualvolta si avanzano riserve sul comportamento poco civile di questi "nuovi abitanti" della città, ma la realtà è quella che è, basta guardarsi attorno. Ci rassicurano i sociologi che alla fine gli usi e le abitudini degli indigeni finiranno per avere il sopravvento sulle modalità di vita così diverse dalle nostre tradizioni. Ma sarà i vero e se fosse vero quanto i tempo occorrerà? Nel frattempo che cosa accadrà? Non sarebbe meglio che le autorità valutassero i problemi non solo in chiave assistenziale, ma anche e soprattutto per imporre il rispetto delle nostre leggi e delle nostre consuetudini. È chiaro che il cattivo esempio trascina con sé l'emulazione: noi stiamo assistendo alle conseguenze di un lassismo lungo decenni che riguarda la nostra società e che se, questo disordine non verrà arginato con fantasia e fermezza, finirà per sommergerci come fecero i vortici maleodoranti dell'alluvione. 

06.2007
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