archivio Il Giornale dell'Arte

N. 261 - gennaio 2007
I nostri affanni

Il boom, lo sboom, le attese e gli scongiuri

Analisi del mercato dell’arte antica fra fantasia e realtà

Se il principe De Curtis fosse vivo siamo sicuri che non si sarebbe esentato dai più pittoreschi scongiuri leggendo il recente articolo apparso sul domenicale del 26 Novembre scorso de Il Sole 24 Ore a firma di Angela Vettese, per rinfrancarsi però immediatamente nel leggere l'articolo sulla stessa pagina di Laura Torretta. Non si può negare che il mercato delI'arte in particolare quello delI'arte antica stia attraversando un periodo assai particolare che possiamo definire di "riflessione"; una certa stasi condiziona l'attività del mercato medio e medio alto le cui cause sono molteplici e interconnesse tra loro. E' certo che invece il mercato internazionale dei capolavori di arte antica non conosce flessioni anche se non vengono raggiunti i prezzi di opere d’arte contemporanea che anzi stanno macinando records a tutto spiano. Le preoccupazioni di Angela Vettese riguardo ad un prossimo eventuale sboom del mercato dell'arte sono lecite, è vero, ma ci sembra che le osservazioni che accompagnano tale ansioso argomentare hanno più l'aspetto di esternazioni da Cassandra che non di giudizi saggiamente motivati.
La caduta dei prezzi dell'inizio degli anni '70 viene rappresentata come la famosa crisi succeduta al venerdì nero di Wall Street del 1929 quando veramente non venivano trattati oggetti antichi neppure se si fosse trattato di Donatello o Michelangelo, mentre negli anni '70 ci fu un forte rallentamento nella domanda ma il mercato, sia pure a ritmi più blandi, continuò a marciare. La crisi del 1990 fu causata dall'insicurezza dovuta all'invasione del Kuwait e alle attese per la prima guerra irachena che iniziò l'anno successivo: allora durante un'asta del Dicembre '90 si lamentava a Londra che un quadro del Novecento storico avesse raggiunto una quotazione attorno ai nove miliardi di lire di allora contro la previsione di tredici miliardi: non ci sembra che si potesse parlare di crisi "ancora più dura di quella degli anni precedenti": era tutto il mondo economico che soffriva le incertezze di quella situazione politica.
Quello che comunque più ci indigna è la considerazione con la quale il mercato dell'arte antica viene trattato, perché se è vero che al momento attuale l'arte contemporanea pare essere assorta al ruolo di status symbol ciò non dipende certamente dalle motivazioni addotte dalla scrivente: "...il motivo sta soprattutto nel flottante: di opere antiche buone il mercato non ne riserva più, avendole allocate tutte o quasi nei musei benché qualche Caravaggio resti chiuso in lontani Palazzi Reali. Ciò che di antico appare in asta rischia di essere "opera di scuola", spesso rifacimento restaurato più volte di qualcosa che già, ai suoi esordi, non era un capolavoro e non è entrato a far parte di collezioni maggiori. Non è un mistero che per dar valore a questi pezzi spesso i curatori troppo scaltri li accostano a opere "buone" dentro a mostre che li valorizzano, poiché li immettono in una cornice fatta di buona comunicazione e cataloghi dall'aura scientifica. Ma per chi si avventuri in questo territorio è proprio il caso di dire cave canem... ". Aggiunge anche per completare: "Di fronte alla crosta antica quasi nessuno se lo pone (ndr il quesito se questa è arte), solo perché quella è così gentile con lo spettatore da mostrargli qualche figura e forse una buona tecnica". Ci sembra di cogliere in questo pensiero alto un certo accanimento verso l'arte antica, dovuto forse al disagio di non conoscerla e di non seguirla, perché basterebbe sfogliare i cataloghi delle grandi vendite internazionali per sapere che periodicamente vengono venduti capolavori contesi dai maggiori musei del mondo, basti pensare al Paul Getty Museum di Malibù (Usa) che sorto nel 1954 è divenuto uno dei maggiori musei del mondo e per sua fortuna in continua espansione per gli acquisti costanti: la dimensione del lascito del magnate americano e la oculatezza dei trusties, garantiscono infatti acquisizioni anche per il futuro. Talvolta anche le Istituzioni culturali italiane partecipano alla gara per far rientrare in patria opere ritrovate. Si insinua inoltre che, per lo più, le opere presenti sul mercato, il flottante di cui la Vettese parla, siano ormai solo cascami imbellettati di scarso valore artistico che la malafede del mercato rende appetibile per la clientela, lasciando intendere una sicura orchestrazione degli antiquari, con la connivenza dei curatori di musei e di mostre e la complicità truffaldina degli storici che accreditano scientificamente le operazioni. Giudizi che si commentano da soli per la loro inaudita gravità e per il danno che affermazioni così superficiali possono arrecare alla credibilità di un mercato che da anni sta invece lottando per fornire di sé l'immagine che gli compete di serietà, professionalità e trasparenza Tutte doti che la Vettese riconosce ai galleristi di arte contemporanea ai quali però non manca di dare una stilettata velenosa allorché afferma che le opere di arte contemporanea possono tranquillamente essere acquistate e trasferite in qualsiasi parte del mondo senza particolari obblighi di natura fiscale né di attenzione di tutela Ci saremo aspettati da una così attenta analista l'approfondimento di questo argomento, che pone in evidente inferiorità, nei confronti dell'arte contemporanea, il mercato dell'arte antica italiano, tartassato da vincoli di ogni genere che ne impediscono una corretta circolazione comunitaria perlomeno per opere di arte italiana di proprietà di collezionisti privati.

01.2007
archivio Il Giornale dell'Arte