archivio Il Giornale dell'Arte

settembre 2012
I nostri affanni

Il vaso di Pandora e il suo cucchiaino

Gli scarsi mezzi dei Beni Culturali e il loro impiego talvolta improprio

Tra le rubriche di maggior impatto e rilevanza che la Gazzetta Antiquaria pubblica semestralmente, riveste un particolare interesse ed ha una notevole importanza, la rubrica di segnalazione sui furti e sui ritrovamenti. Essa avviene su segnalazione dei Carabinieri del TPA e delle varie Soprintendenze che sono colpite da questo gravissimo fenomeno delittuoso. In quanto ai ritrovamenti non possiamo che lodare a spada tratta l'opera del Nucleo e siamo grati agli uomini del Generale Muggeo per la cortesia che ci riserva di segnalare tempestivamente i ritrovamenti che a nostra volta noi presentiamo al pubblico dei lettori. Anche le Soprintendenze svolgono un lavoro encomiabile, perchè provvedono alla catalogazione del Patrimonio pubblico con grandissimo fervore, nonostante la scarsità di mezzi economici dei quali dispongono, che non consentono ad oggi di avere ancora un catalogo generale dei beni d'arte posseduti dallo Stato. Nel corso degli anni ci sono stati comunicati furti di opere di grande eccellenza e con ampia soddisfazione abbiamo avuto notizia del recupero di questi capolavori. Ci vengono talvolta segnalate opere rubate di modesto livello, ma che se sradicate da luogo di origine, danneggiano in maniera irreparabile la cultura storica della civiltà nella quale sono state eseguite. Interi apparati lapidei o pittorici vengono sottratti alle chiese abbandonate e si capisce il danno immenso che questo tipo di reato arreca al nostro Patrimonio Culturale, aggiungendo inoltre che questa terrificante piaga, costituisce un mercato clandestino parallelo che danneggia in modo insopportabile l'immagine del mercato ufficiale perchè la concorrenza verso il collezionismo, che tante volte non guarda molto per il sottile, produce una grave ferita per il mercato ufficiale. Nonostante il lungo parlare sulle iniziative che lo Stato italiano dovrebbe prendere per rilanciare la nostra economia, il problema dei Beni Culturali in Italia sta diventando uno dei problemi più scottanti. Recenti indagini hanno mostrato come la spesa che lo Stato destina al Ministero dei Beni Culturali, è al di sotto dello 0,20% del bilancio annuale, livello assolutamente ridicolo per un qualsiasi paese sottosviluppato e che invece nonostante lo scandalo che presso gli ambienti culturali esso determina in tutto il mondo, non sembra scuotere per niente la classe politica. E' come se fosse una continuazione dalla definizione di Giulio Tremonti che con “l'arte non da' da mangiare”. E pensare, per ricordare altre osservazioni recentemente fatte, che già sul finire dello scorso secolo si era avviato un programma di lavoro sui così detti “giacimenti culturali” facendo intendere che i beni culturali erano il nostro petrolio bianco. Oltre alla destinazione di fondi per questa catalogazione, che potrebbe dare lavoro molto qualificato ad una quantità di giovani impegnati nello studio di storia dell'arte, dovremmo anche riorganizzare il lavoro di catalogazione e di ricerca in modo da spendere in modo adeguato quanto ad esso viene destinato. Per esempio, ci capita di esaminare tra le segnalazioni pervenute, il furto di due oggetti, di probabile uso congiunto, che sono stati trafugati da una chiesa del meridione. Nelle due schede scientifiche ministeriali che impongono una descrizione accurata e valida per una catalogazione, questi due poveri manufatti, apparentemente descritti come oggetti di scarsissimo valore al punto che non ne viene rilevato né un autore, né una funzione, né un valore venale, assurgono alla dignità di opere notificate. Quando poi sorge anche il sospetto che i due oggetti possano appartenere al patrimonio privato del piovano piuttosto che al corredo della chiesa! Un cucchiaino di argento stampato del secolo XX ed un contenitore del medesimo materiale e della medesima epoca di uso indecifrabile, hanno portato via un tempo e una attenzione da parte della Soprintendenza che noi riteniamo stupefacente, dal momento che la mancanza di personale e di mezzi, sottrae gli incaricati all'occuparsi di problemi ben più seri quali ad esempio la catalogazione dei beni già notificati, la loro qualificazione e l'eventuale denotificazione di oggetti privati che non abbiano un particolare interesse per il patrimonio nazionale. A meno che non si voglia rimanere nelle pastoie intellettuali di quella cultura talebana che per alcuni decenni, ha mortificato la libertà del gusto e della conoscenza e fortemente penalizzato il mercato. Cosa che tuttora continua con interventi di tutela talora assolutamente sproporzionati. Periodo quello che ricordava da vicino nella intenzione la rigidità del mitico Saint-Just i cui effetti devastanti come sappiamo, hanno dimostrato che l'interesse pubblico era il pretesto per auto-promozioni personali. Ci sia consentita una piccola osservazione sul modo di spendere denari destinati alla cultura pubblica anche negli enti e negli organismi periferici, dove per pretestuose ragioni di interesse e di apparente efficienza locale, si consumano veri e propri delitti di sperpero dei beni pubblici. Per contrappasso si assiste anche ad una mancanza di mezzi che consentano un aggiornamento della comunicazione telematica quando addirittura non esistono mezzi di locazione per trasportare i funzionari della Soprintendenza, fino alla mancanza di soldi per l'acquisto del materiale di cancelleria. Pensiamo che alcuni di questi problemi potrebbero essere risolti con l'intervento del Privato ove non ci fosse una concorrenza molto nociva per il progresso della conoscenza scientifica: la collaborazione di tutti i mezzi, sia pubblici che privati, che la collettività ha, sarebbe auspicabile se poi avvenisse anche una razionalizzazione degli interventi. Tornando al problema iniziale della schedatura, siamo sicuri che dovremmo investire moltissimo nell'utilizzo, ma soprattutto, nella qualificazione degli addetti a questo compito. D'altra parte ripetiamo, con assoluta certezza di essere nel giusto, che dovremmo stabilire per i beni culturali entità di spesa largamente superiori a quel benedetto 0,20% di cui si è fatto cenno. E' inutile per esempio che le istituzioni periferiche, affidino a giovani laureati il compito di compilare enormi cataloghi di piccole mostre per dare ad essi un motivo virtuale di occupazione che molto spesso poi sfociano nel clientelismo più bieco, quando sarebbe più proficuo che il Ministero promuovesse concorsi periodici, severissimi ma validi e fornisse la pubblica amministrazione di personale adeguato e specificamente educato.

09.2012
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