archivio Il Giornale dell'Arte

N. 222 - giugno 2003
Luoghi comuni

Sulle committenze dei furti d'arte

Fa comodo attribuire ai collezionisti maniaci responsabilità che sono altrove

In ogni fatto di cronaca relativo ad importanti furti d'arte, gli organi inquirenti, trovano sempre il modo di inserire fantomatici committenti dei furti, attribuendo ai suddetti personaggi delle smaniose e distorte voglie di possedere gli oggetti nell'intimità di caveaux blindati dove potersi godere "in solitario” il frutto della committenza. Questi personaggi poi vengono descritti in maniera estremamente pittoresca dai cronisti, i quali indulgono coli dovizia di particolari, più che sul valore dell'oggetto trafugato sulle sensazioni che il committente del furto può ricavare dalla smania di possesso e dalla sensazione di onnipotenza. E’ indubbiamente più semplice puntare il dito contro un supposto maniaco, difficilmente identificabile, quasi una sorta di ineluttabile ed introvabile segno del destino, piuttosto che affrontare con calcolata e approfondita analisi le reali circostanze elle producono simili reati. La piaga dei furti d'arte è indubbiamente un fenomeno troppo esteso e doloroso perché colpisce con tanta violenza non solo la sensibilità artistica della società ma, molto spesso, trattandosi di oggetti di culto, anche fa sensibilità religiosa di una popolazione che si vede defraudata dei simboli della propria fede. E’ indubbio che il furto di un oggetto molto importante colpisca di più l'immaginazione collettiva, ma il fenomeno va considerato nel proprio insieme perché la somma degli oggetti rubati e il loro valore complessivo costituisce un qualcosa comunque assai rilevante. Si è già detto più volte come il fenomeno dei furti sia per gli antiquari seri una rischiosa e pericolosissima mina vagante, perché l'antiquario che si rispetti rifugge, per ragioni di etica professionale e di condanna morale verso chi ne minaccia la sopravvivenza, dal rapporto con i furti e con coloro che li commettono E capitato talvolta che anche antiquari seri abbiano avuto noie con reati di incauto acquisto o di ricettazione, ma il più delle volte si è trattato di oggetti che attraverso vari passaggi di proprietà erano finiti in mano di collezionisti insospettabili che ne legittimavano la provenienza. Il mercato clandestino è aborrito dal mercato ufficiale e la professionalità dei contemporaneo antiquari, la loro maggiore possibilità di conoscenza della collocazione delle opere nei musei e nelle collezioni, la loro buona relazione con le autorità della tutela li pone nella condizione di una maggiore possibilità di attenzione. Ma il mercato clandestino è purtroppo florido e imperversante, nonostante gli sforzi di grande rilievo degli organi addetti al recupero e alla prevenzione. Ma sebbene ciò, sarebbe forse opportuna una analisi seria sui veri malfattori e sulle connessioni tra costoro e la malavita organizzata: spesso si parla dei furti di opere d'arte come di una industria malavitosa seconda solo, per importanza e volume d'affari, al traffico della droga. E’ forse il caso di puntare il dito con decisione su questi intrighi che connettono il furto artistico coli comune, per quanto codificata e quindi più pericolosa, malavita che punta le su mire sul fenomeno artistico non per la valenza estetica o spirituale ma per una pura e semplice valutazione economica. E se per gli oggetti di minore importanza e di scarsa riconoscibilità sarà faci le i ricavare un illecito lucro dalla vendita diffusa in mercatini e mostrine di irrilevante qualità, per gli oggetti di grande valore conosciuti in tutto il mondo. sarà impossibile una commercializzazione mentre saranno più probabili tentativi di ricatto e richieste di denaro direttamente dai derubati. Ciò che preme comunque di rilevare è facilità con la quale è possibile compiere furti d'arte in Italia ma ahimè ormai anche in Paesi che credevamo più attenti alle proprie ricchezze artistiche. Tale è il caso recente del furto della "saliera" di Benvenuto Cellini dal museo viennese ove pensavamo che le misure di sicurezza per un manufatto così straordinariamente importante e prezioso fossero tali da scoraggiare e soprattutto impedire un tale misfatto Che pensare se non che i ladri, acquietatesi le acque, vogliano ottenere dalla direzione del museo o comunque dalle autorità preposte una congrua cifra di riscatto? Lo vogliamo sperare per rivedere quella meravigliosa opera, ma la rabbia ci sale perché pensiamo che comunque sarebbe stato più semplice ed i definitiva meno costoso, provvederla di misure di sicurezza inattaccabili. Anche nel nostro Paese, ferma restando la più totale condanna per i furti di arte e attribuendo a chi li compie la totale e più spregevole colpa per ciò che accade, non possiamo tuttavia non lamentare la responsabilità di chi non provvede a fornire le direzioni dei musei o i responsabili della custodia di chiese, oratori ecc. dei mezzi idonei alla salvaguardia del patrimonio artistico pubblico che è ormai riconosciuto bene primario della collettività. Si badi bene che per bene primario intendiamo un Bene la cui importanza storica culturale e spirituale investe la comune coscienza civile anche se non ne possiamo tralasciare il valore economico che riveste per il nostro Paese una importanza così grande. E’ in questa direzione che lo Stato dovrebbe compiere ogni sforzo, non lesinando nessun investimento perché la tutela principale è quella compiuta sulle cose di sua proprietà, il che significa sul patrimonio comune: comune in senso tangibile perché si deve maturare la coscienza che il bene dello Stato altri non è se non il bene comune dei singoli quindi con i diritti ma soprattutto con i doveri che ci competono a tutti i livelli di responsabilità civile.

06.2003
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