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Torniamo a dieci anni fa, quando gli uffici esportazione erano più veloci (e non c’era il SUE)

Attese sempre più lunghe e accesso a numero chiuso per le visite in esportazione; la circolare Famiglietti non può anteporsi ai decreti attuativi e al Codice

Francesco Ferri
Torniamo a dieci anni fa, quando gli uffici esportazione erano più veloci (e non c’era il SUE)

CRONACHE DAGLI UFFICI ESPORTAZIONE 1


 Cronache dagli Uffici Esportazione è una rubrica che racconta gli Uffici Esportazione visti dalle parte degli operatori del settore, spedizionieri antiquari e collezionisti.


Uffici esportazione anno zero nell’era post-Covid? Forse si, ma attuando con improrogabile urgenza alcuni sostanziali cambiamenti. Gli utenti, termine caro ai burocrati di prim’ordine, se lo aspettano. Sì, dietro agli utenti ci sono persone, famiglie, imprese, lavoratori, non è solo l’etichettato mercato dell’arte e del lusso. Dietro alle mostre d’arte, alle fiere, alle biennali, ai mercati, alle gallerie e alle case d’asta c’è un indotto enorme da quantificare e aggiornare: trasportatori, spedizionieri, assicuratori, imballatori, allestitori, studiosi, scuole, case editrici, restauratori, corniciai, fotografi e infine il turismo e lo stesso Stato che per ogni opera d’arte importata in Italia “guadagna” il 10% tassando il valore di acquisto. Non importa se è brutta o bella, falsa o vera. Poi ci sono gli utenti degli utenti, i “fruitori” della bellezza, quelli che parlano, vedono, vivono, si fanno rappresentare dall’arte, il ventaglio è infinito. Sono moltissimi.

La circolazione internazionale delle opere d’arte è un volano più che economico, alimenta soddisfazioni e rappresentatività, pubblica e privata. Eppure negli ultimi due anni stiamo assistendo a un incubo.


"Tutto cominciò nel 2010: anno di avvio del SUE, una piattaforma web del Mibac che avrebbe dovuto semplificare e velocizzare le procedure di esportazione, solo in modalità telematica."


Tutto cominciò nel 2010: anno di avvio del SUE, una piattaforma web del Mibac che avrebbe dovuto semplificare e velocizzare le procedure di esportazione, solo in modalità telematica. Se all’epoca o giù di lì un operatore agente/spedizioniere poteva presentare anche 40 opere ogni settimana in un singolo ufficio esportazione, che fosse Roma, Firenze, Milano o Genova non aveva importanza, oggi lo stesso operatore, dopo oltre dieci anni dall’introduzione del SUE può presentare 5/10, forse una media di 12 (?) opere alla settimana o giù di lì, ammesso che riesca a prenotarsi sempre tramite SUE, dopo un’attesa che va dai 30 ai 40 giorni di media, se va bene, a volte anche 70. Ricapitolando: se voglio esportare un’opera antica, inserisco richiesta nel SUE, attendo la convocazione per l’esame diretto dell’opera da parte di una commissione, ad esempio dopo 40 giorni, poi viene visionata l’opera e dopo altri 40 giorni, ulteriore termine ordinatorio e non perentorio, dovrei ricevere l’ok all’uscita dell’opera dall’Italia. Totale 80 giorni, quando va bene in assenza di “sospensioni” procedurali per ulteriori ricerche o approfondimenti. Così dopo oltre un decennio di innovazione tecnologica gli utenti si vedono rosicchiare i loro diritti di accesso ai servizi della pubblica amministrazione che di fatto sta anche riducendo la quantità e l’operatività degli uffici esportazione aperti al pubblico. Inoltre sta riducendo le date per le visite delle commissioni, la quantità di opere ammesse alle visite; sta allungando i tempi di prenotazione che poi si sommano a quelli dell’istruttoria ordinaria. Così un sistema telematico, paradossalmente, riesce ad essere controproducente, più limitato del precedente procedimento cartaceo.


"Ricapitolando: se voglio esportare un’opera antica, inserisco richiesta nel SUE, attendo la convocazione per l’esame diretto dell’opera da parte di una commissione, ad esempio dopo 40 giorni, poi viene visionata l’opera e dopo altri 40 giorni, ulteriore termine ordinatorio e non perentorio, dovrei ricevere l’ok all’uscita dell’opera dall’Italia. Totale 80 giorni, quando va bene"


Domanda: da chi dipende? In fondo in fondo forse non lo sappiamo. E non è nemmeno una faccenda politica come molti pensano. Sarà la sindrome dell’elefante che attanaglia il Mibact e tutta la pubblica amministrazione italiana. Scendendo nella realtà quotidiana di tutti i giorni ci sono alcuni uffici esportazione, i loro direttori, funzionari e gli addetti amministrativi che lavorano in maniche di camicia, con pochissime risorse, materiali e umane, alle prese con una circolare “gerarchica” di ben 70 pagine che in alcuni stralci s’impone sull’operato dei direttori come se fosse una normativa primaria rispetto a una circolare dello stesso Ministro che ovviamente è più rilevante di un atto di indirizzo a firma di un direttore generale. Eppure quell’atto di indirizzo, frutto di ricerche e dettagli è normativamente andato oltre. Un esempio? La validità temporale dell’attestato “a scarico” di un certificato di importazione. L’atto di indirizzo del 24/5/19 a firma Famiglietti sostiene che “l’attestato di libera circolazione a scarico non è un lasciapassare che può essere usato a piacimento per tutto il periodo di validità, bensì l’attestazione conclusiva di un procedimento….Come tale è utilizzabile una sola volta”.

Contraddice così il decreto attuativo del 17/5/18, a firma del Ministro (certamente quindi una norma attuativa di rango superiore di quella a firma Famiglietti), dove all’art. 5 comma 2 si legge: “L’Ufficio Esportazione rilascia l’attestato di libera circolazione a scarico…procedendo rispettivamente ai sensi dell’art. 68 e dell’art. 74 del Codice”. Tradotto: la durata dell’Attestato a scarico dovrebbe essere triennale, cioè la stessa di un Attestato non a scarico frutto di giudizio da parte delle commissioni, così come recita l’art. 68 al comma 5. Ciò significa che l’attuale Direzione generale, in particolare il Servizio IV della Circolazione dovrebbe attenersi a quanto stabilito dal decreto attuativo ministeriale, tantopiù gli stessi uffici esportazione.

Coraggio! E non è vero che si ha o non lo si ha. Si può sviluppare. Ora che la stagione Covid ci ha fatto riscoprire il senso autentico di questa qualità sarebbe davvero la grande occasione per dimostrare che l’esportazione delle opere d’arte fa rima con promozione, che il “controllo” o la “tutela” da parte degli uffici ministeriali non rappresentano altro che azioni di limitazione e negazione. Per loro giuridica natura non sfociano in risultati di valorizzazione o fruizione del patrimonio culturale, ed è vero perché le norme in campo non sono altro che un “alt!” o un “fermi tutti” in cui si infrangono quotidianamente tutti quei pensieri costruttivi (di mercato? Culturali? Divulgativi? – come volete) legati all’essenza umana del “Si!” e di costruire qualcosa “Per”. Basti pensare a dove finiscono la maggior parte delle opere dei privati notificate (dichiarate d’interesse), che rimangono nelle soffitte o nei depositi degli spedizionieri. Non si sa nemmeno quante e quali sono anche se da decenni si parla di pubblicare un elenco statale. È un’operazione non banale ma di assoluta fattibilità nell’era del digitale.


"Tra le altre cose fattibili: potrebbero gli utenti, una volta che hanno inserito la loro richiesta di esportazione nel SUE ricevere una convocazione in tempi assai più ragionevoli come avveniva nel passato? La tecnologia di solito accorcia e non allunga."


Tra le altre cose fattibili: potrebbero gli utenti, una volta che hanno inserito la loro richiesta di esportazione nel SUE ricevere una convocazione in tempi assai più ragionevoli come avveniva nel passato? La tecnologia di solito accorcia e non allunga.

Potrebbero gli uffici esportazione, integrati con un minimo di personale e mezzi, garantire un numero di opere visionate settimanalmente senza essere costretti a riversare le proprie difficoltà su coloro che presentano le domande di esportazione?

Non sarebbe possibile conoscere la quantità settimanale delle opere visionate così da rendere pubblico il reale flusso delle opere dall’Italia verso l’estero? E soprattutto – fatto di primaria importanza – il flusso delle opere dall’estero verso l’Italia? Chi responsabilizza (o controlla?) se l’ufficio esportazione di turno processa un numero di richieste inferiore a quelle che dovrebbe? A quale organismo dialogante potrebbe rivolgersi un operatore per aiutare il Mibact a risolvere eventuali disparità?


"Un traguardo importante da cui ripartire per il dopo-Covid, alla riapertura degli uffici esportazione ad oggi ancora chiusi al pubblico, potrebbe essere l’istituzione di un tavolo tecnico-operativo permanente fra categorie interessate la Direzione generale del Mibact"


Un traguardo importante da cui ripartire per il dopo-Covid, alla riapertura degli uffici esportazione ad oggi ancora chiusi al pubblico, potrebbe essere l’istituzione di un tavolo tecnico-operativo permanente fra categorie interessate (operatori, spedizionieri, gallerie, antiquari, case d’asta, consulenti, collezionisti ecc…) e la Direzione generale del Mibact come avviene negli altri dicasteri fra sindacati e rappresentanti ministeriali? Un tavolo esiste già: si chiama Apollo. Ma sarebbe auspicabile permanente e sempre operativo.

Dal pessimismo della ragione all’ottimismo della volontà. Di questo si gioverebbe tutto il sistema Italia, e non soltanto il mondo dell’antiquariato.

27.05.2020
La circolazione internazionale delle opere d’arte è un volano più che economico, alimenta soddisfazioni e rappresentatività, pubblica e privata. Eppure negli ultimi due anni stiamo assistendo a un incubo.
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