archivio Il Giornale dell'Arte

N. 257 - settembre 2006
I nostri affanni

Per Guido Bartolozzi

Grave perdita per il mercato dell'arte italiano

All'inizio degli Anni Sessanta, il mercato dell'arte fiorentino si appoggiava su alcuni antiquari la cui fama arrivava loro dalla famiglia che addirittura aveva iniziato l'attività nell'ultimo scorcio dell'Ottocento. Talune di queste gallerie sono tutt'oggi operanti nella città di Firenze. Guido Bartolozzi apparteneva a questa ristretta cerchia di antiquari. Esponeva le sue opere nel negozio di via Maggio e nel bel palazzo della stessa strada disegnato da Michelozzo. Le stanze predisposte all'attività erano ricolme di ogni rarità che oggi farebbero impazzire dal desiderio del possesso, il più esigente dei collezionisti. Lo conobbi in quel tempo; veniva a Figline dove allora svolgevo la mia attività di ricercatore, termine desueto ma che a quel tempo apparteneva alla gerarchia del mercato in quanto si iniziava l'attività cominciando con la ricerca diretta delle opere. I clienti erano per lo più mercanti quelli, per capirsi, della categoria superiore che svolgevano la loro attività visitando i magazzini dei ricercatori e che a loro volta proponevano il frutto delle proprie ricerche agli antiquari con clientela privata. Raramente Guido Bartolozzi si recava in provincia, ma talvolta accadeva di vederlo arrivare con la sua bella Jaguar modello MKII. Amavo molto quella macchina, nera con i sedili rossi. Era un modello particolarmente felice della casa inglese: il disegno arrotondato e le cromature con il jaguarino sopra al cofano. Già questo arrivo era un piccolo avvenimento. La gente si fermava a guardare la macchina parcheggiata davanti al magazzino e di riflesso mi sentivo inorgoglito di questa conoscenza. Non era un caso che Guido Bartolozzi avesse scelto questa automobile, difatti viaggiava molto e l'Inghilterra era al centro del mondo antiquario. Si trovava di tutto e in Italia si riportavano, assieme a tesori indescrivibili, anche stili di vita che segnavano in maniera cosmopolita la comunità mercantile italiana. Vedevo spesso Guido Bartolozzi e sul finire degli Anni Sessanta, insieme, acquistammo l'arredamento intero di un Quadrumviro d'Italia che aveva mescolato la politica avanguardista a uno spirito collezionistico di prim'ordine. Riportammo da questa avventura assieme a opere indimenticabili una stima e un affetto reciproco che per anni abbiamo conservato. Non a caso mi volle accanto a sé allorché assunse la presidenza dell'Associazione e la Segreteria Generale della Biennale di Firenze. Con lui riorganizzammo l'Associazione allargandola a nuovi prestigiosi associati, fino a quel tempo divisi in maniera litigiosa con la Fima, l'altra associazione di categoria. Fu cosl che entrarono nell'AAI i nomi più prestigiosi del mercato antiquario italiano. Anche la Biennale con la sua Segreteria Generale ebbe un sussulto. Nell'edizione del 1987 arrivarono a Firenze i mercanti d'Europa più importanti: dai Kugel di Parigi a Green di Londra. Queste presenze furono il frutto di un lavoro diplomatico che ci portò a visitare i colleghi in quelle parti d'Europa dove operavano. Purtroppo una circostanza imprevedibile interruppe questo nuovo corso della Biennale: fu l'indisponibilità di Palazzo Strozzi che portò con se conseguenze non felici.
Negli Anni Novanta un prestigioso riconoscimento internazionale gli fu offerto dalla Cinoa e nell'assemblea annuale di Venezia, fu nominato Presidente; questa nuova carica lo stimolò a operare in chiave internazionale per l'interesse di tutta la categoria.
Guido Bartolozzi era un uomo gentile. Aveva accanto a questa spontanea disposizione dell'animo anche un'altra qualità: quella di un'attitudine naturale al comando. Nelle vesti istituzionali l'ho visto negare con fermezza cortesie che non gli apparivano corrette e non mancava di esporsi personalmente contro espositori o associati che venivano meno ai loro doveri deontologici. E' una perdita dolorosa per la nostra Associazione; dobbiamo ricordare di lui tutto quello che ha fatto per l'interesse della categoria e della città di Firenze.
L'eredità morale e professionale passa ora formalmente al figlio Massimo, il quale è cresciuto con 1'educazione e l'abitudine all'osservazione delle opere che il padre acquistava. Massimo da tempo è antiquario autonomo e prestigioso, ma ogni volta che acquistava una qualsiasi opera il giudizio al quale più teneva era quello paterno. Questo affetto verso il padre ci da anche la misura delle qualità umane di Guido che nell'arco della Sua vita grazie a questa sua affabile maniera, era riuscito a farsi amare da tutta la comunità antiquaria italiana.

09.2006
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