archivio Il Giornale dell'Arte

N. 250 - gennaio 2006
I nostri affanni

Essere o non essere

Analisi del pro e del contro di appartenere all'Associazione

Un venticello funesto ha soffiato da giugno a ottobre, e anche oltre, per i corridoi dell'Associazione Antiquari d'Italia: è stato sufficiente però aprire una finestra perché questo soffio sgradevole uscisse così com'era entrato. L'aria fresca ha messo a nudo anche taluni aspetti che col passare del tempo, avevano finito per rendere quasi ovvio il far parte dell'Associazione. Tentiamo qui di fare, per la prima volta, un'analisi tesa a verificare la convenienza o meno di appartenere al nostro consorzio. E' indubitabile che qualsiasi categoria necessita di forma associative che devono sia tutelare gli associati da eventuali prevaricazioni dovute a norme improprie, ma anche creare condizioni per sostenerne il prestigio professionale. Questa è la funzione dell'Associazione Antiquari d'Italia, fondata nel 1959 in concomitanza con la prima Biennale dell'Antiquariato di Palazzo Strozzi a Firenze, la quale si dotava di uno Statuto e di un regolamento che sia pure con lievi recenti modifiche, continuano a disciplinare la vita associativa. Inoltre un Comitato di Probiviri fu creato con la funzione di esaminare i comportamenti in caso di controversie sia fra associati che fra un cliente e un socio che per ipotesi, fosse stato denunciato per gravi scorrettezze. Per appartenere all'Associazione è importante tenere un comportamento professionale ineccepibile sia verso la clientela che verso i colleghi. Certamente però è nostra ambizione di rappresentare il meglio del Mercato dell'arte italiana, e se leggiamo i nomi del nostro Albo, noteremo che le presenze che meritano di appartenere all'Associazione, compaiono tutte. Il funesto venticello citato ha cercato di scardinare la solidità della nostra Associazione, ma possiamo con orgoglio osservare che la nostra casa ha retto con straordinaria solidità e serietà. Ci domandiamo quali sono le cause di questo attaccamento ad un'Associazione come la nostra che non ha interessi di lucro né dividendi da distribuire. Gli associati sentono di far parte di un gruppo che di per sé è l'élite dei Mercato dell'arte del nostro paese. E Consiglio che li rappresenta ne è assolutamente cosciente e non perde occasione per evidenziare questo status sia nei rapporti con il Ministero sia con le Soprintendenze; oppure, quando si fanno accordi con l'editore Umberto Allemandi, gli sforzi hanno un solo obiettivo: tenere alto il nome degli associati. Negli elenchi mensilmente pubblicati dal Giornale dell'Arte, nelle intenzioni della Gazzetta Antiquaria c'è sempre lo stesso obiettivo sia quando in ripetuti incontri al Ministero dei Beni Culturali, abbiamo lucida la nostra strategia, che è quella di dotare il nostro sistema normativo di condizioni che ci pongano a livelli decenti, anche se non alla pari con i colleghi comunitari, oppure quando, in occasione delle mostre organizzate dalla nostra Associazione, chiediamo alle Soprintendenze comportamenti più consoni allo spirito europeo. Tutto questo è talmente esplicito da essere avvertito in maniera chiara e tante sono le richieste di adesione in virtù della sensazione che il non appartenere all'Albo sia una profonda lacuna professionale. Ci preme anche rassicurare gli associati che se nel passato siamo stati parsimoniosi nelle entrate di nuovi membri, nel futuro osserveremo con ancora maggiore attenzione la professionalità di possibili nuovi candidati. Nei programmi del prossimo avvenire, avremo ulteriori incontri al Ministero per stabilire la soglia dei valori al di sotto della quale le opere d'arte saranno libere di circolare nel territorio comunitario. Questi appuntamenti avvengono in totale armonia con la Fima e le speranze abbastanza fondate sono di potere ottenere, oltre alle soglie di valore, anche altre modifiche al Codice dei Beni Culturali relative alla disciplina del Mercato dell'arte. Abbiamo per la prima volta, e questo dobbiamo riconoscerlo, trovato da parte del Ministero interlocutori aperti, intelligenti e consapevoli che il protezionismo italiano cozza sia contro le norme comunitarie come contro il tempo e contro la storia. Per chi ci voleva in rotta di collisione con la Fima apprendere questa unità di intenti e di comportamenti, deve essere abbastanza deludente, ma questa è la realtà delle cose. In fondo sia i mercanti della Fima come quelli dell'Associazione hanno l'esigenza di poter svolgere la loro attività nella maniera più semplice e più chiara. L'eccesso di norme e di cavilli incoraggia e aiuta esclusivamente la clandestinità: questo è quanto abbiamo cercato di far capire ai nostri interlocutori romani. Nel prossimo futuro avremo modo di verificare se le nostre istanze avranno fatto quella breccia che noi auspichiamo. Così come prevediamo che prossimamente ci saranno offerte condizioni interessanti per organizzare attività esposirive con i consueti standards propri dell'Associazione, perché sia chiaro una volta per tutte, che gli interessi della collettività antiquaria vanno oltre al "particulare". Con questa persuasione intraprenderemo quelle iniziative che riterremo utili e vantaggiose solo ed esclusivamente per gli antiquari dell'Associazione Antiquari d'Italia, al fine di riprenderci quanto ci è stato tolto.

01.2006
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