archivio Il Giornale dell'Arte

N. 237 - novembre 2004
Sic transit…

Grazie Palazzo Venezia

E venne il giorno degli addii

Il rituale che dura dal 1998 si è ripetuto con la solennità dovuta a un grande avvenimento che ha come protagonisti gli Antiquari, i Collezionisti e le Istituzioni presenti alla serata inaugurale. Il colpo d’occhio era magistrale e adeguato all’importanza della serata: gli Antiquari nelle loro stanze hanno presentato opere che normalmente non capita di vedere in questo tipo di rassegne. L’attesa e la curiosità di vedere per l’ultima volta a Palazzo Venezia Arte e Collezionismo, ha riunito nelle sale dello storico Palazzo il pubblico delle grandi occasioni. Gli Antiquari sono abituati a questi addii dai palazzi pubblici: già negli anni ’90, dopo quarant’anni di Biennali Fiorentine dovettero lasciare Palazzo Strozzi degnamente sostituito da Palazzo Corsini sull’Arno. La futura destinazione della Mostra romana ancora non è stata indicata, ma siamo certi che le Istituzioni con in testa il Soprintendente del Polo Museale Romano, Claudio Strinati, non lasceranno cadere questa che è diventata già tradizione nell’autunno romano. Pur nell’incertezza supponiamo che la nuova sede sarà di livello almeno pari come prestigio e bellezza al palazzo che fu dei Barbo: è quanto gli Antiquari si aspettano dopo le ripetute dimostrazioni di serietà, di intesa e di collaborazione nei confronti delle Istituzioni che non a caso hanno voluto premiare questi comportamenti, concedendo il Patrocinio sia della Presidenza del Consiglio che del Ministero dei Beni Culturali. Questo articolo scritto in corso d’opera non può tracciare un bilancio dal punto di vista mercantile, ma le opportunità offerte sono tali da mettere i Collezionisti in grado di approfittare della ghiotta occasione. Nel 2000 gli Antiquari dell’Associazioni predisposero una sala al piano terra del Palazzo per mostrarvi le opere che erano riusciti a riportare in Italia dal mercato internazionale attribuendo all’esposizione il suggestivo nome di “Ritorni”. Fu una Mostra che rese esplicita in maniera plateale un’attività ignorata, quella che quotidianamente i mercanti italiani svolgono per arricchire le collezioni sia pubbliche che private. Le opere esposte erano di un livello tale da offrire la sensazione ai visitatori di trovarsi in una sala dello stesso Museo di Palazzo Venezia. Quest’anno la scelta è caduta sulle opere d’arte notificate di proprietà degli Antiquari. E’ un modo questo per dimostrare la cura con la quale queste opere vengono conservate, ma è anche una specie di cartina di tornasole per verificare in tempi di “denotifica” se queste tutele volute nei tempi passati hanno retto nel corso del tempo agli approfondimenti dei nuovi studi e delle nuove conoscenze. Potrebbe essere anche l’occasione per iniziare un dibattito sulla qualità delle opere da sottoporre al vincolo nei tempi avvenire. Sono presenti in mostra opere di per sé importanti ma, svincolate come sono da qualsiasi contesto per i quali erano state previste e realizzate, ci chiediamo se, venendo a mancare questi requisiti, la tutela abbia ancora un senso. Ci piace rilevare un dato di fatto innegabile: è il nuovo atteggiamento che circola nei palazzi delle Soprintendenze. Il clima è più disteso e gli Antiquari non vengono più guardati come sordidi depauperatori del Patrimonio Artistico nazionale. Il giudizio è più sereno e vengono valutati positivamente il modo di porsi e gli sforzi dei mercanti, i quali si comportano nelle esposizioni pubbliche e nelle loro gallerie come curatori di musei privati. Basterà osservare l’attenzione e la cura per dotare ogni opera in loro possesso di esaurienti studi, innescando da una parte un nuovo fenomeno che è quello di attivare giovani studiosi o specialisti delle singole discipline in un nuovo filone di attività e dall’altro mantenendo in vita attività di restauro altrimenti destinata a spengersi ottenendo così uno scopo principale: quello di fornire una catalogazione di opere descritte e conservate. Riconoscendoci dunque questa trasformazione che negli ultimi anni ha modificato completamente un modo di operare, Soprintendenti intelligenti, illuminati e responsabili hanno avvertito la necessità di un rapporto nuovo offrendoci fiducia, anche se di fatto il nuovo Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici. non registra questi umori che sono dovuti piuttosto a comportamenti personali non sanciti da regolamenti normativi. Al Ministro Urbani dobbiamo riconoscere di avere restituito alle singole Soprintendenze la dignità e l’attestato di essere in condizione di potere valutare correttamente un’opera da esportare senza ulteriori opinioni e questo è un atto liberale che se condotto da funzionari che conoscono le opere in esame apre finalmente le porte del nostro paese verso l’Europa. Con questo non ci illudiamo nè vogliamo che la nostra amministrazione si comporti seguendo i modelli di paesi dove la tutela è pressoché inesistente. Una corretta interpretazione delle opere d’arte è nell’interesse di tutto il sistema di protezione del nostro Patrimonio Artistico. 

11.2004
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