archivio Il Giornale dell'Arte

N. 223 - luglio - agosto 2003
Clandestini e compagnia bella

"Ho fatto un sogno"

Potrà mai lo Stato vendere le proprie eccedenze?

La straripante ricchezza dei Patrimonio Archeologico italiano presuppone, da parte dello Stato, un obbligo di tutela che va ben oltre l'attenzione attuale che esso pone alla conservazione e alla ricerca dei reperti che ancora il sottosuolo conserva. La civilizzazione romana si è, come sappiamo, sovrammessa alle precedenti, autoctone e di importazione, talvolta facendo propri, talvolta distruggendo, i resti di tali civiltà. E nelle trasformazioni ambientali, che si sono succedute nel corso dei secoli, luoghi di antica rinomanza o di tradizionale uso sono del tutto scomparsi pur conservandosi, nei casi migliori, la memoria. Da qui la necessità di una capillare ricerca che dovrebbe farsi con il concorso dello Stato in primo luogo, ma anche di Enti e Istituzioni locali, senza impacci o ripicche burocratiche, con serena e fervida collaborazione tra Soprintendenze, Università ed anche quelle impagabili istituzioni di volontari che convogliano energie ed attenzione alla protezione del territorio e che sono vere e proprie palestre educative. Indugiamo a parlare delle piccole realtà locali perché è lampante l'attenzione prestata ai grandi ritrovamenti, siano essi di oggetti singoli oppure di complessi di vasta struttura, mentre si è normalmente propensi a non dare grande importanza a piccoli siti, per lo più diruti e resi dalle intemperie leggibili con grande difficoltà. Da ciò ne consegue dunque l'importanza che in ritrovamenti non eclatanti si ha dell'attenzione anche al particolare più modesto, al reperto più comune, se vogliamo meno "bello" ma che comunque studiato nel complesso in cui viene trovato può diventare impagabile traccia di una lettura più vera della storia del luogo e costituire un prezioso tassello per la conoscenza della storia e della evoluzione umana Quindi la corretta rilevazione di tutti i dati possibili, la sistematicità della ricerca e la possibilità di studio nelle condizioni di maggiore incertezza del sito sono caratteristiche indispensabili ad una acquisizione cognizione.
Ma sempre nel corso dei secoli la trascuratezza o il disordine degli organi preposti, ha consentito il prosperare dell'attività dei clandestini che proprio nel campo archeologico hanno prodotto danni incalcolabili spesso irrimediabili Non solo perché oggetti di valore sono stati trafugati, e questo è un danno in qualche modo quantificabile se pure gravissimo ma soprattutto perché la ricerca di oggetti preziosi, spinta dalla fretta per nascondere il delitto o dall'ignoranza storica, si è accompagnata allo scempio irrecuperabile del tessuto di piccole situazioni che potevano fornire indispensabili indirizzi di lettura. La dislocazione o meno, in alcuni luoghi, di manufatti anche semplicissimi, d'uso comune, fornisce anche a seconda del loro numero e della loro posizione reciproca in ambienti venuti alla luce da scavi, la possibilità della determinazione stratigrafica dei reperti e sancisce inequivocabilmente la condizione di vita e la storia di un agglomerato archeologico, cosicché l'insieme di tutti questi elementi collegati può aiutare a capire meglio il grande puzzle della Storia. Quindi la coscienza civile di ciascuno di noi esige che lo Stato e le Istituzioni operino di comune accordo in due direzioni tra loro complementari e 'necessarie': nella disponibilità di risorse umane e finanziarie per campagne organizzate di monitorizzazione del territorio e dei patrimonio nazionale, ma al tempo stesso nella persecuzione di chi commettendo scavi clandestini frantuma le possibilità di una ricerca scientifica seria e di una cognizione storica appropriata. La piaga del commercio illegale, connessa e conseguente all'attività di scavo clandestino, costituisce uno dei danni maggiori al patrimonio artistico nazionale ed è un impedimento ad lui corretto vivere del mercato dell'arte in Italia. Molti sono stati i tentativi di rendere inoffensiva un'arma così pericolosa e dannosa per categorie che operano coli serietà ma coli difficoltà per la presenza appunto di un mercato clandestino parallelo. Noi pensiamo tuttavia che sia possibile estirpare questa cancrena alimentando un mercato legale di oggetti archeologici, perché se è vero, e di ciò siamo convinti, che lo Stato debba conoscere tutto ciò elle viene scoperto negli scavi - che ovviamente devono essere regolari – che debba documentarlo nel modo più idoneo con campagne fotografiche e con la museizzazione di tutto ciò che è necessario, tuttavia riteniamo che le notevoli quantità di materiale ripetitivo eccellente e di importanza non determinante sia legalmente commercializzato dallo Stato. Infatti la totalizzazione conseguente alla legge 1039 sui Beni Culturali elle di fatto impediva ogni commercio di Beni Archeologici poneva i drammatici presupposti del prosperare del mercato clandestino. Più volte abbiamo sostenuto che una buona legge deve ottemperare a tre fondamentali presupposti: essere sopportabile, essere condivisa ed essere applicata con rigore ferreo. Quando per qualche verso le difficoltà della legge in qualche modo rendono possibile e conveniente l'evasione di essa, allora in tal caso nascono personaggi loschi che trovano vantaggio nel rischiare: ne consegue perciò che ove lo Stato consentisse il commercio legale di propri reperti, con estrema facilità potrebbe impedire il fiorire del commercio clandestino colpendo con severità assoluta coloro che lo praticassero e rendendo perciò non conveniente per un collezionismo fragile e non protetto affidarsi alla clandestinità. Senza contare che si potrebbero quindi accumulare risorse finanziare che potrebbero facilmente consentire ulteriori campagne di scavo creando finalmente un circuito virtuoso tale e quale si manifesta nel collezionismo di opere medievali e moderne che spesso finiscono come donazione munifiche nelle pubbliche raccolte.

07.2003
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