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Il ricordo della festa di Firenze, tra quel che cera (senza l'apostrofo) e quel che non c'è più
di Marco Riccòmini
  • Firenze, piazza della Signoria. “Basamento d'una statua”.

Come quando, dopo una notte di festa, in cerca d'un prezioso smarrito, d'un nome sun foglio trasportato dal vento, d'una chiave senza cui non possiamo partire, si torna sulla rena ancora umida e fredda, così scendiamo oggi a Firenze, cogli occhi pieni di quei fuochi lontani e di quei petardi. C'è chi festa in riva d'Arno parrebbe averla fatta davvero e chi, invece, scuote un poco la testa. Come a Parma, dicono alcuni: (senza smoking jackets a nolo, strichetti elasticizzati, strass e rare pailettes). Inizio promettente, come quella mostra che s'apre con tre pale da capogiro e poi finisce spersa tra teloni del Seicento (e in sordina passa quella saletta al primo piano degli Uffizi con gli sbozzi del Mazzi e del Giordano, merito pure dell'estro di chi esponeva su Lungarno Corsini). Clamore ha fatto invece quel cero gigante sulla piazza, spalla a spalla col colosso di Bandinelli, che si è visto rovinare d'un tratto a terra in timelapse (senza spinte malandrine, assicurano i filmati notturni), di cui tutta la città parla. Ne resta il basamento sul temenos dell'arengario, seminascosto da vasi di sempreverdi, a ricordo di quel che cera (senza l'apostrofo) e non c'è più.

16.10.2017
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